Ole', siamo in guerra.
Questa volta pero' la guerra e' democratica, bipartisan, necessaria.
Nulla a che vedere con le guerre imperialiste e feroci in Iraq e Afganistan.
Quelle appartengono al passato, agli anni zero.
Oggi, che siamo negli anni dieci, e' tutta un'altra storia.
Il vento che soffia e' diverso.
Sa di giustizia e di pace. Un'aria nuova, che spazza via il dittatore oppressore.
Esaudita e' la richiesta accorata di Fo, che si chiedeva che diamine stessimo aspettando per entrare in guerra, che morissero tutti?
Mantenute le aspettative di chi, in virtu' dell'amicizia con il rais nostrano, che al posto del pannolino sulla testa, come si converrebbe ad un vero leader, porta un tupino di gommalacca, aveva riconosciuto in Gheddafi il cancro del nordafrica.
Certo che, alla luce di quanto avviene oggi, Bush e i suoi strateghi sono stati degli ingenui. Avrebbero sicuramente avuto dalla loro la pubblica opinione se avessero seguito due simplci accortezze.
Comprare un abbonamento per le lampade UV per il Mr. President e pubblicare una foto con Saddam e il Silvio.
Sai allora che festa, la guerra!
Detto questo, mi auguro soltanto che le strategie post bombardamento siano diverse da quelle in Iraq e che questa prima fase, fatta di bombe(le stesse che si usano da ogni altra parte del mondo) e incursioni aeree sia il piu' breve possibile.
Un solo colpo, forte e deciso, per decapitare l'Idra...
Ovviamente avrei preferito tenermi Gheddafi con il suo petrolio e gas e le vie preferenziali tra libia e italia con tutti i vantaggi che ne conseguivano. Quindi in definitiva non mi piace questa guerra.
Sotto l’azzurro fitto del cielo
qualche uccello di mare se ne va
né sosta mai
perché tutte le immagini portano scritto
“più in là!”
.
"Io dichiaro la mia indipendenza. Io reclamo il mio diritto a scegliere tra tutti gli strumenti che l'universo offre e non permetterò che si dica che alcuni di questi strumenti sono logori solo perché sono già stati usati"
Gilbert Keith Chesterton
Gilbert Keith Chesterton
20 marzo 2011
18 marzo 2011
Cash Cash
Il test in Malawi, dove un adulto su otto è sieropositivo, funzionava così: la Banca mondiale ha formato un campione di 3.800 ragazze fra i 13 e i 22 anni e le ha divise in due gruppi. Nel primo le ragazze ricevevano in media 10 dollari al mese e il pagamento della retta scolastica a patto che frequentessero le lezioni con regolarità. Nel secondo, il cosiddetto «gruppo di controllo», nessuna riceveva niente.
Un anno e mezzo dopo l’infezione da Hiv nel primo gruppo, quello delle ragazze pagate per andare a scuola, era più basso del 60%.
All’1,2% contro il 3% delle ragazze del gruppo di controllo.
La differenza si spiega alla luce delle risposte delle giovani donne coinvolte nell’esperimento. Una su quattro fra loro ha spiegato la propria vita sessuale con il «bisogno di assistenza» o il «desiderio di denaro o regali». Nove su dieci hanno riferito che il loro partner assicurava loro un pagamento mensile in media di 6,5 dollari.
È la dinamica di quelli che in Africa si definiscono i sugar daddy, ««dolci papà»: uomini più anziani, spesso molto più anziani, che comprano o affittano amanti-teenager. In Malawi questi maschi dai trent’anni in su sono sieropositivi nel 30% dei casi. È ovvio che l’industria dei sugar daddy sia una delle principali catene di trasmissione dell’Aids. Romperla attraverso incentivi monetari alle ragazze perché si creino un’istruzione e una vita diversa ha avuto da subito effetti dirompenti. Dieci dollari valgono più di medicinali spesso carissimi. Inevitabilmente «corrompere» una persona per indurre comportamenti virtuosi è controverso. Anche in Africa sub-sahariana, dove vivono i due terzi dei sieropositivi del pianeta, molti non sono d’accordo. Ma funziona così bene che a Harare, in Zimbabwe, la Banca Mondiale ha appena introdotto un programma innovativo: pagare le teenager a patto che licenzino i loro sugar daddy. In città sono già comparsi cartelli per pubblicizzarlo. Recitano: «Il tuo futuro è più luminoso senza un dolce papà»
Fonte
A parte la minchiata colossale sul "corrompere" per indurre comportamenti virtuosi, cosa che non sta ne in cielo ne in terra, dal momento che i soldi non sono dati "per NON andare a prostituirsi" ma per sopravvivere e andare a scuola. Se una avesse voluto guadagnare altri soldi avrebbe comunque potuto vendere il culo, ma evidentemente non devono apprezzare molto questa pratica, che viene praticata solo da chi non ha proprio altri mezzi di sostentamento. Inspiegabile, vero?
Nienete corruzione quindi.
Ma comunque, anche se le si pagasse 10€ per NON prostituirsi, quindi a detta del giornalista, per "corromperle", dove sarebbe il male?
E se ne deduce che il comportamento non "corrotto" sia invece prostituirsi.
Bah...
Ma facciam finta che.
Questa e' comunque l'ennesima dimostrazione, come se ce ne fosse bisogno, che per per controllare l'epidemia di Hiv bisogna agire principalmente sui comportamenti, limitando i rapporti a rischio il piu' possibile.
Qui abbiamo un calo del 60% delle infezioni, senza spendere un € in farmaci o presidi medici, semplicemente fornendo alle ragazze uno stile di vita migliore e piu' morale (abbiamo infatti imparato dai recenti fatti di cronaca come prostituirsi sia terribilmente amorale e contro la dignita' della donna)
Capite perche' non va bene ?
Un anno e mezzo dopo l’infezione da Hiv nel primo gruppo, quello delle ragazze pagate per andare a scuola, era più basso del 60%.
All’1,2% contro il 3% delle ragazze del gruppo di controllo.
La differenza si spiega alla luce delle risposte delle giovani donne coinvolte nell’esperimento. Una su quattro fra loro ha spiegato la propria vita sessuale con il «bisogno di assistenza» o il «desiderio di denaro o regali». Nove su dieci hanno riferito che il loro partner assicurava loro un pagamento mensile in media di 6,5 dollari.
È la dinamica di quelli che in Africa si definiscono i sugar daddy, ««dolci papà»: uomini più anziani, spesso molto più anziani, che comprano o affittano amanti-teenager. In Malawi questi maschi dai trent’anni in su sono sieropositivi nel 30% dei casi. È ovvio che l’industria dei sugar daddy sia una delle principali catene di trasmissione dell’Aids. Romperla attraverso incentivi monetari alle ragazze perché si creino un’istruzione e una vita diversa ha avuto da subito effetti dirompenti. Dieci dollari valgono più di medicinali spesso carissimi. Inevitabilmente «corrompere» una persona per indurre comportamenti virtuosi è controverso. Anche in Africa sub-sahariana, dove vivono i due terzi dei sieropositivi del pianeta, molti non sono d’accordo. Ma funziona così bene che a Harare, in Zimbabwe, la Banca Mondiale ha appena introdotto un programma innovativo: pagare le teenager a patto che licenzino i loro sugar daddy. In città sono già comparsi cartelli per pubblicizzarlo. Recitano: «Il tuo futuro è più luminoso senza un dolce papà»
Fonte
A parte la minchiata colossale sul "corrompere" per indurre comportamenti virtuosi, cosa che non sta ne in cielo ne in terra, dal momento che i soldi non sono dati "per NON andare a prostituirsi" ma per sopravvivere e andare a scuola. Se una avesse voluto guadagnare altri soldi avrebbe comunque potuto vendere il culo, ma evidentemente non devono apprezzare molto questa pratica, che viene praticata solo da chi non ha proprio altri mezzi di sostentamento. Inspiegabile, vero?
Nienete corruzione quindi.
Ma comunque, anche se le si pagasse 10€ per NON prostituirsi, quindi a detta del giornalista, per "corromperle", dove sarebbe il male?
E se ne deduce che il comportamento non "corrotto" sia invece prostituirsi.
Bah...
Ma facciam finta che.
Questa e' comunque l'ennesima dimostrazione, come se ce ne fosse bisogno, che per per controllare l'epidemia di Hiv bisogna agire principalmente sui comportamenti, limitando i rapporti a rischio il piu' possibile.
Qui abbiamo un calo del 60% delle infezioni, senza spendere un € in farmaci o presidi medici, semplicemente fornendo alle ragazze uno stile di vita migliore e piu' morale (abbiamo infatti imparato dai recenti fatti di cronaca come prostituirsi sia terribilmente amorale e contro la dignita' della donna)
Capite perche' non va bene ?
17 marzo 2011
16 marzo 2011
I fantastici 50.
Si dice che abbiano alzato la mano per offrirsi volontari quando ieri mattina, dopo l'esplosione devastante al reattore numero 2, si è trattato di stabilire chi doveva rimanere e chi no. Cinquanta piccoli Ulisse davanti a un Polifemo che sbuffa senza sosta, da tre giorni, vapore e fumo radioattivo. La catastrofe che il mondo intero teme, loro la guardano da un passo, la captano dai rumori sinistri che arrivano dai sei reattori dell'impianto.
[...]
Nello spazio immenso dell'impianto, cinquanta uomini sono puntini che si confondono con il grigio scuro delle fotografie scattate dagli elicotteri, sono sagome minuscole perdute sotto i pennacchi di fumo dei reattori scoppiati o incendiati. Il panorama è spettrale, l'umore è quel che si può. «Che ne sarà di loro?» si chiedono i 750 compagni di lavoro evacuati ieri mattina. E che succederà al Fukushima I?
Fonte
Fanculo i referendum sul nucleare.
Fanculo le dichiarazioni non richieste e a mio avviso inopportune di Günther Oettinger.
Fanculo tutti i proclami dei grandi scienziatoni di casa nostra.
Dovremmo riempirci la bocca dei loro nomi.
I cuori del loro coraggio.
Gli occhi delle loro piaghe.
I libri delle loro storie.
E magari pregare per questi eroi.
Che in fondo, non sono nulla di piu' che uomini.
Ma nulla di meno che uomini.
[...]
Nello spazio immenso dell'impianto, cinquanta uomini sono puntini che si confondono con il grigio scuro delle fotografie scattate dagli elicotteri, sono sagome minuscole perdute sotto i pennacchi di fumo dei reattori scoppiati o incendiati. Il panorama è spettrale, l'umore è quel che si può. «Che ne sarà di loro?» si chiedono i 750 compagni di lavoro evacuati ieri mattina. E che succederà al Fukushima I?
Fonte
Fanculo i referendum sul nucleare.
Fanculo le dichiarazioni non richieste e a mio avviso inopportune di Günther Oettinger.
Fanculo tutti i proclami dei grandi scienziatoni di casa nostra.
Dovremmo riempirci la bocca dei loro nomi.
I cuori del loro coraggio.
Gli occhi delle loro piaghe.
I libri delle loro storie.
E magari pregare per questi eroi.
Che in fondo, non sono nulla di piu' che uomini.
Ma nulla di meno che uomini.
13 marzo 2011
Tre volte fessi, noi.
Italia-Francia, la nuova cortina di ferro
I profughi tunisini sognano di proseguire per Parigi
ma i controlli della polizia creano un muro invalicabile
Nuovi sbarchi a Lampedusa
VENTIMIGLIA AL COLLASSO - E’ diventato quasi impossibile valicare il confine. I controlli sono diventati capillari. Spesso gli agenti francesi salgono direttamente a bordo dei treni provenienti da Ventimiglia. Setacciano ogni scompartimento. Meticolosamente. Alla dogana automobilistica, viene fermato chiunque abbia i tratti nordafricani. Inevitabilmente. Si perlustrano anche i cofani posteriori. I migranti potrebbero annidarsi ovunque. Non sarebbe la prima volta. Nonostante le difficoltà, il flusso di tunisini è continuo. Decine ogni giorno. Soltanto nelle ultime due settimane, ci hanno provato almeno in mille. Falliscono quasi tutti. Ma non demordono. Ritentano il giorno successivo. E quello dopo ancora. Attendono speranzosi, ora dopo ora, in quella grande sala d’attesa chiamata Ventimiglia. Il risultato, in paese, è sotto gli occhi di tutti. La città è quasi al collasso. Ogni giorno, nei dintorni della stazione, si ammassano decine di tunisini. Qualcuno è appena arrivato. Altri sono qui da molti giorni. Dormono per terra, ricoperti di stracci e cartoni. Un fatto inusuale, per la maggior parte di loro. In Tunisia non fanno certo la fame. Alcuni lavorano.
I TRAFFICANTI - Il fenomeno sta dilagando in tutta Ventimiglia. Quattro arresti soltanto a marzo. I trafficanti sono quasi sempre nordafricani. Chiedono 100 euro per portarti dall’altra parte. Di solito il viaggio si fa a piedi, lungo tortuosi viottoli collinari, tra fango e boschi. C’è chi osa di più, nascondendo i migranti nei rimorchi. Habib è ancora indeciso. Sulla banchina della stazione, mentre si adagia per la notte, si avvicina un poliziotto italiano. Habib non ha paura: «I poliziotti italiani ci lasciano stare – dice – Noi abbiamo paura dei francesi. Sono loro che non ci vogliono tra i piedi». E in città, qualcuno comincia a vociferare: «Questa è la solidarietà dei francesi: ci rispediscono indietro ogni immigrato, mentre in Italia ne accogliamo cento al giorno».
La prima perche' con tutto quello che sta succedendo in Libia, abbiamo perso importanti investimenti e i trattati fatti con Gheddafi, un porco, ok, ma che ci permettevano una certa indipendenza energetica da altri poteri.
Ovviamente da domani, con la missione di pace Usa-Uk-Francia saranno loro a beneficiare dei gasdotti e del petrolio Libico, ma a noi ci sta bene, anzi, plaudiamo tutti insieme l'intervento di Obama(oh, e' Nobel alla pace, puo' fare cio' che vuole) e degli USA (che ricordo sono gli stessi che sono dipinti come assassini,mercanti di morte, etc... in Iraq e Afghanistan).
La seconda perche' se solo osiamo aprire bocca sulle ondate di immigrati veniamo tacciati di essere razzisti e xenofobi da mezza europa, salvo poi accorgerci che chi predica tanto bene( chi ricorda cosa disse Sarkozy due settimane fa? disse qualcosa del genere <L'Italia adesso e' in gioco e deve giocare la sua parte fino in fondo> ) non razzola poi mica bene.
Questo il ruolo dell'Italia prendersi tutti i migranti, tenerseli, venire tacciati come razzisti e non vedere un becco di quattrino quando gli altri si divideranno la torta. E noi zitti.
In pratica assistiamo ad una perfetta applicazione de "Son tutti froci cor culo dell'altri " Dove noi mettiamo il culo e l'europa tutta si diletta ad usarlo.
La terza perche' sembra che ci vada bene cosi'.
1
09 marzo 2011
Donna
Ieri s'è festeggiata la festa della donna.
Gia', ma che donna? Quale donna abbiamo festeggiato?
C'è chi ha fatto gli auguri alle donne che ce l'hanno fatta, che sono uscite vincitrici dal confronto con l'uomo.
Qualcuno ha fatto gli auguri alle donne libere, a quelle vive, vere, che non si lasciano soggiogare dal sesso "forte".
La donna che non mercifica il proprio corpo, che conosce il valore della dignita' di se stessa, che e' consapevole e conscia della propria bellezza e importanza.
La donna che fa carriera. La donna che fa famiglia. La donna che e' forte.
Quella che e' debole. La donna vincitrice. La donna sconfitta. La donna che cammina a testa alta con 12cm di tacco e quella che lo fa scalza su una via sterrata, tra fango e paglia. La donna che cammina con il capo chino sotto 50Kg di pietre che lei ha frantumato o chino sopra l'ultimo modello di reezig. Ce ne sarebbero a milioni di donne.
Pero' c'è una errore madornale in tutto questo.
Un errore che passa inosservato, oggi, che forse(ma ho i miei dubbi) era piu' chiaro 10o anni fa.
La donna non ha bisogno di nessuna aggettivazione per essere digitosa.
Una donna non deve dover fare qualcosa o non fare qualcosa per godere dei suoi diritti.
Ieri abbiamo ricordato la donna. Sonza aggettivi.
La donna che ha dignita' e diritti, per il solo fatto di essere tale.
Alle donne e' chiesto solo di essere donne.
E per questo c'è davvero da festeggiare.
Globalmente pero' l'aggettivo "bella" non stona affatto.
Gia', ma che donna? Quale donna abbiamo festeggiato?
C'è chi ha fatto gli auguri alle donne che ce l'hanno fatta, che sono uscite vincitrici dal confronto con l'uomo.
Qualcuno ha fatto gli auguri alle donne libere, a quelle vive, vere, che non si lasciano soggiogare dal sesso "forte".
La donna che non mercifica il proprio corpo, che conosce il valore della dignita' di se stessa, che e' consapevole e conscia della propria bellezza e importanza.
La donna che fa carriera. La donna che fa famiglia. La donna che e' forte.
Quella che e' debole. La donna vincitrice. La donna sconfitta. La donna che cammina a testa alta con 12cm di tacco e quella che lo fa scalza su una via sterrata, tra fango e paglia. La donna che cammina con il capo chino sotto 50Kg di pietre che lei ha frantumato o chino sopra l'ultimo modello di reezig. Ce ne sarebbero a milioni di donne.
Pero' c'è una errore madornale in tutto questo.
Un errore che passa inosservato, oggi, che forse(ma ho i miei dubbi) era piu' chiaro 10o anni fa.
La donna non ha bisogno di nessuna aggettivazione per essere digitosa.
Una donna non deve dover fare qualcosa o non fare qualcosa per godere dei suoi diritti.
Ieri abbiamo ricordato la donna. Sonza aggettivi.
La donna che ha dignita' e diritti, per il solo fatto di essere tale.
Alle donne e' chiesto solo di essere donne.
E per questo c'è davvero da festeggiare.
Globalmente pero' l'aggettivo "bella" non stona affatto.
08 marzo 2011
3 storie meglio di un fiore.
FILIPPINE/CECILIA OEBANDA, UNA VITA CONSACRATA ALLA GIUSTIZIA: «MAI PIU' BAMBINI USATI E GETTATI»Per coincidenza, il 25° anniversario della rivoluzione "dei fiori e dei rosari" che il 25 febbraio 1986 portò le Filippine a liberarsi della dittatura Marcos, ha anticipato di pochi giorni la consegna di due premi, della Caritas svizzera e della svedese World Children’s Prize Foundation, alla filippina Visayan Forum Foundation. Ulteriori riconoscimenti alla dedizione della sua fondatrice, Cecilia Flores-Oebanda.
Coincidenze significative, ma non inusuali per una vita dedita alla causa della giustizia. Per la 51enne signora filippina si tratta soltanto di «una bellissima opportunità per far conoscere il traffico dei minori nelle Filippine». Un’occasione importante, dopo che a febbraio la sua organizzazione è riuscita ad ottenere la prima sentenza di condanna per sfruttamento del lavoro minorile nel suo paese.
Seconda di dodici figli, Cecilia Oebanda cominciò prestissimo a contribuire alle necessità della famiglia nella povertà assoluta delle campagne dell’isola di Negros, nella parte centrale dell’arcipelago filippino, funestate dal latifondo e silenziate dalla legge marziale imposta dalla dittatura. «A cinque anni andavo ogni giorno al mercato a vendere pesce». Carattere e necessità dovevano presto metterla in contatto con i movimenti contadini e sindacali costretti alla clandestinità nella sua provincia di Negros occidentale, ma anche con il coraggio della Chiesa locale, sovente perseguitata per la sua opposizione al regime. A 20 anni finì in carcere e in detenzione nacquero due dei suoi figli. Ne uscì con la vittoria delle forze anti-dittatura guidate da Corazon Aquino e sostenute dalla Chiesa.
Restava attiva però la sua carica sociale che non poteva avere uno sblocco nella politica locale, troppo legata agli interessi elitari da un lato, troppo ideologizzata dall’altra. Questo, unito «a un’esperienza personale che mi aveva lasciato con un forte desiderio di sostenere i miei connazionali che cercavano di ricostruire un’esistenza dignitosa dopo vent’anni di dittatura», la spinsero a fondare, nel 1991, Visayan Forum. Il suo impegno doveva cadere, tra le infinite necessità del paese, sui minori impiegati nel lavoro domestico, con esperienze simili a quelle della sua infanzia. «Desideravo che questi bambini avessero migliori opportunità, senza sacrificare le semplici gioie dei loro anni formativi e l’istruzione».
Il successo della sua organizzazione, che ha aiutato 35 mila filippini a liberarsi da sfruttamento e violenze, è andato oltre le aspettative sue e dei suoi primi collaboratori. Con una sorta di pudore vive anche la celebrità internazionale utile a evitare che le vicende di tanti minori sfruttati tornino nell’oblio e i loro aguzzini restino senza volto. Perché, racconta, «le difficoltà che ho vissuto nella mia vita, alla fine sono incomparabilmente inferiori a quelle di tante donne e bambini. Il loro pianto mentre comunicano incredibili storie di abusi bastano più di ogni riconoscimento a rafforzarci nel nostro impegno». Stefano Vecchia
EGITTO/ DINA E LE ALTRE: OGGI SAREMO ANCORA IN PIAZZA, LA RIVOLUZIONE È ANCHE NOSTRANel timore che i cambiamenti politici sostenuti dal Consiglio supremo delle Forze armate rafforzino il sistema patriarcale di potere e facciano dimenticare all’opinione pubblica il ruolo centrale avuto dalle donne nell’organizzazione delle proteste popolari che hanno condotto alle dimissioni dell’ex presidente Hosni Mubarak, attiviste e attivisti egiziani hanno convocato per oggi, Giornata internazionale della Donna, un corteo per riportare l’attenzione sulla questione femminile nel Paese nordafricano.
L’iniziativa, tesa a condurre in piazza al Cairo almeno un milione di donne (ma non solo), è coordinata via Facebook, fra le altre, da Dina Abu el-Soud, 35enne blogger: «Stanno trascurando il ruolo delle donne nella rivoluzione», ha dichiarato al quotidiano britannico The Independent l’attivista politica, proprietaria di un ostello nella capitale. «Penso che sia a causa della cultura e delle usanze del posto», ha precisato. Dina è solo uno dei migliaia di volti femminili della rivoluzione egiziana, fin dal principio distintasi per la giovane età dei suoi protagonisti e per la presenza di entrambi i sessi alle 18 giornate anti-Mubarak.
Ma che cosa ha convinto le egiziane, musulmane e cristiane, velate e non, a partecipare come mai prima alle agitazioni di inizio 2011? Probabilmente la natura stessa delle manifestazioni, pacifica, e il mezzo con cui sono state coordinate, Facebook appunto, che garantiva sicurezza e anonimato fino al momento di scendere in piazza.
A sua volta, hanno commentato gli analisti, proprio la presenza delle donne ha dato forza alla rivoluzione, rendendola rappresentativa di tutta la società egiziana, non violenta, più "accettabile" anche agli occhi del mondo, quello che temeva una sollevazione di stampo islamico radicale. Ed è di nuovo in piazza Tahrir, nel cuore del Cairo, che si ritroveranno (dalle 15) giovani donne anche molto diverse fra di loro i cui nomi si rincorrono sul social network: come Nour El Refai, fotografa, o Yasmine Khalifa, studentessa dell’Università americana del Cairo, coordinatrici della marcia al pari di Aalam Wassef, fra gli attivisti maschi che intendono esserci.
I manifestanti ricorderanno Sally Zahran, deceduta il 28 gennaio a Sohag, nell’Alto Egitto, per le conseguenze delle percosse inflittele da alcuni agenti di sicurezza. Sally aveva 23 anni, stava manifestando pacificamente nella città in cui il padre insegnava da 4 anni presso l’università locale; non era legata a nessun partito né movimento specifico, era musulmana, non era velata e lavorava come traduttrice al Cairo, ma si trovava a Sohag dall’inizio delle sommosse, il 25 gennaio, perché le sembrava «un luogo più sicuro». «Non era un’idealista, ma riteneva, al pari di altri, che fossero necessarie riforme economiche e sociali», hanno detto familiari e conoscenti rifuggendo la retorica del "martirio". Federica Zoja
BRASILE/TEREZINHA «SINDACO» IN AMAZZONIA: DIFENDO GLI YANOMAMI DAI CERCATORI D'OROÈ fiera, rude e generosa. Come “Urihí”, la terra-foresta in cui vive il popolo yanomami, al confine tra Brasile e Venezuela. E proprio come Urihí, anche Terezinha si preoccupa di provvedere ai bisogni della comunità. Maria Zigna, alias Terezinha, è l’unica donna delle 24 malocas (collettività) yanomami di Catrimani – un lembo lussureggiante di Amazzonia nello Stato brasiliano di Roraima – ad essere stata nominata “tuxaua”. Molto più di un sindaco: il tuxaua è il portavoce delle esigenze degli altri, il collante della comunità. Ruolo che Terezinha, 44 anni e madre di 4 figli, esercita con profonda consapevolezza. Che la porta a chiedere, senza stancarsi. Perché domanda per gli altri e non per sé. Terezinha e gli altri Yanomani combattono una battaglia estrema e vitale, nel senso letterale del termine. Gli indigeni lottano infatti per la loro sopravvivenza. Minacciata dall’esercito dei “garimpeiros”, i cercatori d’oro – 50-60mila secondo stime locali – che, illegalmente, penetrano nel loro “pezzo di foresta” – un’area di quasi 10 milioni di ettari – a caccia del prezioso metallo.
Di cui il sottosuolo è ricco. Nella corsa all’oro, l’Amazzonia viene sventrata, i fiumi inquinati, gli indios esposti al rischio di contrarre malattie e subire violenze. Almeno 1.500 yanomami – su un totale di 12mila, tanti sono i superstiti – sono morti negli ultimi anni a causa dell’impatto dei “garimpeiros”. Lo sterminio si consuma nel silenzio. A cui si oppone, però, il grido di Terezinha e delle altre donne yanomami, supportate dai missionari della Consolata, da decenni, impegnati nel Roraima. «Ci eravamo appena conosciute. Mi ha guardato e mi ha chiesto: “Che cosa puoi fare per noi?” Loro sono, così, franchi, diretti, genuini», ha raccontato Emanuela Baio, senatrice e attivista per i diritti umani che ha descritto la sua esperienza tra gli Yanomami nel libro Lasciamoci educare dagli indios, presentato ieri a Milano al convegno dell’associazione “Impegnarsi serve”.
L’appello di Terezinha sta dando i primi risultati. In Senato, la Baio ha presentato una mozione perché anche l’Italia ratifichi la Convenzione 169 dell’Ilo, che riconosce il diritto alla terra dei popoli indigeni. Dal 1989, 20 Paesi hanno firmato il documento. Tra questi, però, ci sono pochi Paesi del Nord del mondo. «La sopravvivenza degli indios riguarda anche noi», ha detto padre Giordano Rigamonti, missionario della Consolata. Lucia Capuzzi
fonte
C'è
07 marzo 2011
Stati sovrani?
il ministero delle finanze ellenico: azione totalmente ingiustificata
Grecia: Moody's taglia il rating
al livello della Bolivia, Atene si infuria
L'agenzia ha portato la sua valutazione da Ba1 a B1, tre livelli di meno, perché teme il default dello Stato ellenico
il ministero delle finanze ellenico: azione totalmente ingiustificata
Grecia: Moody's taglia il rating
al livello della Bolivia, Atene si infuria
al livello della Bolivia, Atene si infuria
L'agenzia ha portato la sua valutazione da Ba1 a B1, tre livelli di meno, perché teme il default dello Stato ellenico
LA DECISIONE - Moody's ha tagliato il rating della Grecia di tre livelli motivando la decisione con l'aumento del rischio di un default del Paese ellenico. Il merito di credito attualmente assegnato ad Atene è ora uguale a quello attribuito a Bielorussia e Bolivia. «L'agenzia di rating - si legge in una nota di Moody's - ritiene che sono aumentate le probabilità di un default da quando a giugno il rating di Atene era stato abbassato». Moody's ha fatto riferimento alle preoccupazioni per le entrate fiscali e non esclude un ulteriore downgrade se l'azione del governo di Atene nel processo di risanamento dei conti dovesse rivelarsi più debole.
LA REAZIONE - Il declassamento del rating da parte di Moody's è «completamente ingiustificato» poichè «non riflette una valutazione obiettiva e bilanciata delle condizioni che la Grecia sta fronteggiando al momento». Lo sottolinea in una nota il ministero delle Finanze greco.
fonte
Non so voi, ma se uno stato si deve cacare sotto per quello che fa un'azienda qualcosa non quadra.
Non capisco nulla di economia, non so nemmeno bene cosa comporti il "rating" e non ho la piu' pallida idea di cosa significhi B1 o Ba1, ma se il ministro delle finanze di uno stato deve apparire cosi' preoccupato sono abbastanza certo non si tratti di bruscolini.
Sono proprio una capra sul tema, ho piu' certezze in diritto sumero che in economia.
Pero' qualche domanda me la faccio.
E' veramente uno stato sovrano la Grecia, se deve preoccuparsi per cio' che fa un'azienza?
Quanti stati sono in questa situazione? E quante aziende, nel mondo della finanza e non, hanno cosi potere?
Non so darmi risposta, non ne ho i mezzi, pero' lo scenario sarebbe preoccupante, no?
19 febbraio 2011
A chi fosse sfuggito..
| Ma l'Italia è davvero berlusconiana? | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Da quando nella politica italiana è entrato Silvio Berlusconi, ossia dal 1994, la cultura di sinistra ha sviluppato un suo peculiare racconto dell'Italia. Secondo questo racconto chi vota a sinistra sarebbe «la parte migliore del Paese», mentre la parte che sceglie il centrodestra sarebbe la parte peggiore, evidentemente maggioritaria. La teoria delle due Italie scattò subito, nel 1994, allorché la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto fu inaspettatamente sconfitta dal neonato partito di Silvio Berlusconi. E da allora mise radici, costruendo pezzo dopo pezzo una narrazione della storia nazionale al centro della quale vi è l'idea di una vera e propria mutazione antropologica degli italiani, traviati fin dagli anni 80 dal consumismo e dalla tv commerciale. Una narrazione che, nel 2001, si arricchirà di un nuovo importante tassello, con la teoria di Umberto Eco secondo cui gli elettori di centrodestra rientrerebbero in due categorie: l'Elettorato Motivato, che vota in base ai propri interessi egoistici e a propri pregiudizi contro stranieri e meridionali, e l'Elettorato Affascinato, «che ha fondato il proprio sistema di valori sull'educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni, e non solo da quelle di Berlusconi». Due elettorati cui non avrebbe neppure senso parlare, visto che non si informano leggendo i giornali seri e «salendo in treno comperano indifferentemente una rivista di destra o di sinistra purché ci sia un sedere in copertina». Vista da questa prospettiva, la vittoria del 1994, come tutte quelle successive, non sarebbe un incidente di percorso, ma l'amaro sbocco di processi di degenerazione del tessuto civile dell'Italia iniziati molti anni prima. Uno schema, quello dell'Italia traviata dal consumismo e dai media, apparentemente nuovo ma in realtà già allora vecchio di trent'anni. Era stato infatti Pasolini, molti anni fa, a denunciare - ma senza disprezzo, e con ben altra umanità - la «scomparsa delle lucciole», immagine con cui soleva descrivere la dissoluzione dell'umile Italia fin dai primi anni 60, con l'estinzione delle culture popolari sotto l'incalzare del benessere e delle migrazioni interne. Insomma, voglio dire che è mezzo secolo che «alla sinistra non piacciono gli italiani», per riprendere il titolo del saggio con cui, fin dal 1994, lo storico Giovanni Belardelli (sulla rivista «il Mulino») fissò la sindrome della cultura di sinistra, incapace di darsi una ragione politica dei propri insuccessi, e perciò incline a dipingere l'Italia come un Paese abitato da una maggioranza di opportunisti, di malfattori, o di ignavi. E tuttavia ora, forse per la prima volta, qualcosa si sta muovendo. Qualcosa, molto lentamente, sta cambiando. Non già nei piani alti della politica, nelle segreterie dei partiti, nei palazzi del potere, bensì fra la gente comune, e fra le energie più giovani del Paese. Roberto Saviano, ad esempio, l'altro giorno al Palasharp, alla manifestazione per chiedere le dimissioni del premier, ha sentito il bisogno di dire: «Smettiamo di sentirci una minoranza in un Paese criminale, siamo un Paese per bene con una minoranza criminale». Se Saviano ha sentito il bisogno di esortare il popolo di sinistra a «smettere di credere» di essere una minoranza, vuol dire che quella credenza ancora c'è, sopravvive, nelle menti e nei cuori: una sorta di «pochi ma buoni», una rabbiosa riedizione del «molti nemici, molto onore» di mussoliniana memoria. La sindrome della «minoranza virtuosa» è tuttora molto radicata nella cultura politica della sinistra. Ma anche qui, persino fra i politici di professione, qualcosa si sta muovendo. L'alibi dell'indegnità degli italiani comincia a scricchiolare. Matteo Renzi, sindaco di Firenze, rimproverato da un po' tutti i suoi compagni di partito (compreso il giovane «rottamatore» Pippo Civati) per essersi contaminato incontrando Berlusconi ad Arcore, ha risposto ai suoi critici più o meno così: se vogliamo vincere non possiamo partire dall'assunto che l'altra metà degli italiani, quella che non ci vota, sia costituita da cittadini irrecuperabili, dobbiamo rispettarli e conquistarli. Saviano e Renzi hanno ragione. Così come hanno ragione quanti, in piazza o non in piazza, non si stancano di ripetere che l'Italia non è quella che emerge dai festini di Arcore e dalle intercettazioni, o quella che la cultura di sinistra si figura ogni volta che l'esito del voto punisce i progressisti. L'Italia non è berlusconiana quanto si pensa sul piano del costume (un recente sondaggio di Mannheimer certifica che il sogno di una carriera nel mondo dello spettacolo attira effettivamente solo 1 ragazza su 100). Ma non lo è neppure sul piano del consenso elettorale. Contrariamente a quanto molti credono, il berlusconismo - inteso come fiducia incondizionata nei confronti di Berlusconi - è sempre stato un fenomeno marginale. Fatto 100 il corpo elettorale, il voto al partito di Berlusconi non è mai andato oltre il 20%, e il sostegno esplicito al leader, espresso in un voto di preferenza (come alle ultime Europee), si aggira intorno al 6%. Per non parlare del trend più recente, che mostra un Pdl che attira circa il 18% del corpo elettorale, e un premier che ottiene la sufficienza da meno di un cittadino su tre. Se questa è la realtà, occorre che la sinistra faccia un serio esame di coscienza. Che provi a inventare un altro racconto degli ultimi trent'anni. Un racconto senza alibi e autoindulgenze, un po' più rispettoso degli italiani e un po' più abrasivo su sé stessa. Perché se l'Italia non è, né è mai stata, il Paese moralmente degradato tante volte descritto in questi anni. Se il consenso al leader Berlusconi non è mai stato plebiscitario. Se i suoi fan non sono mai stati tantissimi. Se oggi 2 italiani su 3 non danno la sufficienza a Berlusconi, e appena 1 su 20 lo promuove a pieni voti. Se, a dispetto di tutto ciò, i sondaggi rivelano che il giudizio dei cittadini sull'opposizione è ancora più negativo - molto più negativo - di quello sul governo. Beh, se tutto questo è vero, allora vuol dire che i problemi politici dell'Italia non stanno solo nei comportamenti del premier e nelle insufficienze del suo governo, ma anche nella difficoltà dell'opposizione di trovare, finalmente, un'idea, un programma e un volto che convincano quella metà dell'Italia che non è berlusconiana ma, per ora, non se la sente di votare a sinistra. | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Fonte
Questa sindrome da "popolo eletto" in effetti si e' sempre respirata.
Ogni discussione similpoloitica vede spendere buona parte del tempo nel tentativo di convincere l'altro che, anche se non sei di sinistra, hai comunque una tua dignita' in quanto essere senziente.
Poi devi convincerlo di essere senziente e in quanto tale in grado di esprimere e vivere la tua liberta'.
Poi devi dimostrare di essere libero, non schiavo del padrone e, da cattolico, nemmeno del Vaticano e che anche a te sta a cuore il bene comune almeno tanto quanto a lui.
In pratica devi dimostrargli di essere un normale interlocutore, degno del suo ascolto, prima di poter parlare. E non sempre riesci a convincerlo.
E' normale questo?
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