Ovvero, hai voluto la bicicletta, adesso pedala.
Mi riferisco, naturalmente, al terzo quesito del referendum di due giorni fa.
Abbiamo scelto di dire di no al nucleare, di optare per una strada verde, di puntare forte sul solare e sull'eolico.
Il che comporta la scelta di fonti di energia rinnovabili, con la creazione della fantomatica rete energetica intelligente dove tutti produciamo e immettiamo nel sistema una porzione di energia. Quindi piuttosto che comprarsi la macchina nuova, mi aspetto che uno decida di istallare sul proprio tetto un bel pannello fotovoltaico. E mi aspetto che a fare questa scelta non siano in pochi, ma almeno il 52% degli aventi diritto, in coerenza con le loro legittime convinzioni, magari facendo anche un piccolo sacrificio economico, ma daltronde, per la salute e il futuro della terra questo e altro.
E comporta anche un significativo risparmio energetico, che si concretizza con la scelta di elettrodomestici solo di classe AAA o migliori, la scelta di accorgimenti adeguati nella realizzazione della propria casa,anche se questo significa spendere di piu', o nel caso uno la casa l'abbia gia', la realizzazione degli stessi nel breve periodo, la decisione di fare a meno del condizionatore, vera macchina divora energia, per tutta questa estate,riscoprendo nel calore l'energia luminosa solare buona che attraverso dinamiche naturali si converte in termica, l'impegno di spegnere costantemente i led degli elettrodomestici spenti e l'attenzione nello spegnere sempre la luce quando si esce da un locale, l'abitudine di usare un po' di meno il PC preferendo a facebook(tanto per dire) un sano giretto per le vie del paese, rinunciando alla televisione, magari anche solo una sera a settimana, per cominciare, fino a non usarla piu' del tutto oltre il calar del sole.
E comporta l'adozione di uno stile di vita sobrio, sveglliandosi presto la mattina in concomitanza con il sole, in modo da sfruttare al meglio l'energia che esso ci dona, e andando a letto presto la sera con la consapevolezza che molto probabilmente l'energia elettrica che si consuma dopo il tramonto non proviene da fonti rinnovabili e che quindi e' coerente non utilizzarla.
E comporta anche l'interruzione immediata delle importazioni di corrente elettrica dalla Francia e da ogni altro paese che sfrutta il nucleare, sistema che l'Italia tutta rifiuta legittimamente e rigetta, in quanto pericoloso per l'ambiente e per la vita. E noi non facciamo affari con i mercanti di morte.
E questo post e' serio.
Abbiamo scelto di intraprendere una strada verde, e che strada verde sia.
E non si puo' che partire da noi e non si puo' che partire da subito.
Lo abbiamo scelto noi.
Ricordati che dopo la matita c'è la vita.
Altrimenti sei un quaquaraqua'.
PS: Non affannatevi pero' a risparmiare l'acqua. Continueremo molto probabilmente(lo stato non investe, non ha soldi, dovrebbe fare tagli da altre parti e non sia mai) a sprecarne almeno il 30% in ogni istante. Una falla in un tubo perde 24h su 24, anche quando te non usi l'acqua. Quindi rimuovete pure il frangigetto che avete istallato, magari con convinzione, sotto il rubinetto e riprendete a lavarvi i denti con l'acqua che va. Sono ininfluenti, praticamente. E ricordati che quel 30% e' in parte, almeno, merito tuo. Ma va bene cosi'. E' una scelta nostra.
Sotto l’azzurro fitto del cielo
qualche uccello di mare se ne va
né sosta mai
perché tutte le immagini portano scritto
“più in là!”
.
"Io dichiaro la mia indipendenza. Io reclamo il mio diritto a scegliere tra tutti gli strumenti che l'universo offre e non permetterò che si dica che alcuni di questi strumenti sono logori solo perché sono già stati usati"
Gilbert Keith Chesterton
Gilbert Keith Chesterton
14 giugno 2011
13 giugno 2011
Quote CO2
Quanto dovra' pagare il Cile per le emissioni di CO2 del Puyehue?
No, dico, una nube che va dal Cile all'Australia di lapilli, cenere, acidi vari, molti altri gas e tanta CO2 avra' certamente un impatto catastrofico sui tassi di anidride carbonica globali.
Qualcuno deve pagare.
E che sia il Cile!
No, dico, una nube che va dal Cile all'Australia di lapilli, cenere, acidi vari, molti altri gas e tanta CO2 avra' certamente un impatto catastrofico sui tassi di anidride carbonica globali.
Qualcuno deve pagare.
E che sia il Cile!
Liberi di scegliere... il colore del patibolo.
In pochi mesi abbiamo perso il gas dalla Libia e il possibile nucleare (Importazioni di uranio dal Canada, dal Kazakhstan e dall'Australia a scelta).
Ovvero come mettersi a novanta gradi e offrire vaselina alla Russia (dell'affabile Putin, che finche' c'è Silvio ci va anche bene, e abbiam detto tutto) e al Medioriente.
Tutte scelte che vanno a limitare direttamente e indirettamente la nostra sovranita' popolare in virtu' degli interessi economici e politici di altri stati che detenengono la maggioranza dei nostri approvvigionamenti energetici. Come se gia' essere in balia delle banche non fosse abbastanza...
Ovvero come mettersi a novanta gradi e offrire vaselina alla Russia (dell'affabile Putin, che finche' c'è Silvio ci va anche bene, e abbiam detto tutto) e al Medioriente.
Tutte scelte che vanno a limitare direttamente e indirettamente la nostra sovranita' popolare in virtu' degli interessi economici e politici di altri stati che detenengono la maggioranza dei nostri approvvigionamenti energetici. Come se gia' essere in balia delle banche non fosse abbastanza...
10 giugno 2011
Vogliamo parlarne?
10.06|18:57
arrotoxieta
Vogliamo parlare dei miliardi e miliardi di esseri umani di cui nessuno sa esattamente che fare? Forse su questo pianeta si potrebbe vivere in 2-3 miliardi al massimo. Siamo 7. Questo è il vero problema del presente, e del futuro. Le "rivoluzioni arabe" non sono altro che questo: collasso sociale dovuto all'eccesso di popolazione. Ne vedremo sempre di più. Altro che dromedari.Fonte
(dai commenti del corriere che sono una fonte inesauribile di cattiveria e malafede)
Ogni volta che leggo o sento commenti di questo genere mi sento un po' disorientato. E devo dire che mi succede non cosi' raramente, purtroppo.
E' una posizione profondamente inconciliabile con praticamente tutto, eppure magari viene sostenuta con fermezza. Bah.
C'è da sottolineare che questi luminari della scienza delegano volentieri ad altri il doveroso impegno di lasciare questo mondo.
Loro sono sicuramente parte degli eletti, ci mancherebbe...
Mai uno che, resosi conto che l'uomo e' l'ineluttabile tumore del mondo, si decida a fare la sua parte per il bene della natura gettandosi da un ponte. E' da merde non fare proprio nulla per salvare il mondo. E scusate se e' poco.
09 giugno 2011
Uno ogni cinque.
La scorsa settimana, nella mia qualità di Rappresentante dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) per la lotta al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza e discriminazione contro i cristiani, sono stato relatore a un grande evento organizzato dalla Presidenza ungherese dell’Unione Europea al Castello Reale di Gödöllo?, presso Budapest, sul tema del dialogo interreligioso fra cristiani, ebrei e musulmani. Vi hanno partecipato, fra l’altro, il cardinale Péter Erdö, presidente dei vescovi europei, il custode di Terrasanta padre Pierbattista Pizzaballa, l'arcivescovo Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti, l'arcivescovo maronita di Beirut Paul Matar, il metropolita Hilarion, “ministro degli esteri” della Chiesa Ortodossa Russa, il rappresentante del Congresso Ebraico Europeo Gusztáv Zoltai, quello dell'Organizzazione della Conferenza Islamica Ömür Orhun, il segretario generale del Comitato per il dialogo islamo-cristiano in Libano, Hares Chakib Chehab.
Dal mio intervento e dalla discussione che ne è seguita i giornalisti presenti hanno ricavato soprattutto la mia affermazione secondo cui ogni anno i cristiani uccisi nel mondo per la loro fede sono 105.000, uno ogni cinque minuti. Come avviene nell’epoca di Internet, dalle auree volte del Castello Reale di Gödöllo? la citazione è rimbalzata su quotidiani e siti di tutti i continenti. È certamente servita a risvegliare le coscienze sul tema dei cristiani perseguitati. Di questo sono molto contento: sono all’OSCE per questo.
Ma – com’è naturale – una minoranza di coloro che hanno riferito la notizia ha sollevato dubbi su una cifra che a prima vista può sembrare eccessiva. In Italia si è distinta per un’ironia fuori luogo quando si parla di morti la solita UAAR, l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. In queste reazioni c’è già di per sé una lezione: si sottovaluta talmente il problema dei cristiani perseguitati che le cifre – quando sono citate – sembrano a prima vista incredibili. Da dove vengono, dunque, le statistiche che ho citato in Ungheria? La base è costituita dai lavori del principale centro mondiale di statistica religiosa, l’americano Center for Study of Global Christianity, diretto da David B. Barrett, che pubblica periodicamente la notissima World Christian Encyclopedia e l’Atlas of Global Christianity. I lavori di Barrett e del suo centro sono i più citati nel mondo accademico, e non solo, per le statistiche internazionali sui membri delle diverse religioni.
Nel 2001 Barrett e il suo collaboratore Todd M. Johnson iniziarono a raccogliere statistiche anche sui martiri cristiani. Nella loro importante opera World Christian Trends AD 30 – AD 2200 (William Carey Library, Pasadena 2001) cercarono di calcolare il numero totale di martiri cristiani – e per la verità anche di altre religioni – nei primi due millenni cristiani, fino all’anno 2000. Naturalmente, Barrett e Johnson avevano anzitutto bisogno di una definizione di martiri cristiani. Sceslero “credenti in Cristo che hanno perso la loro vita prematuramente, nella situazione di testimoni, come risultato dell’ostilità umana”. Avvertivano che perdere la propria vita “nella situazione di testimoni” non implica alcun giudizio sulla santità personale del martire ma comporta che sia stato ucciso perché cristiano, non come vittima di una guerra o di un genocidio con motivazioni prevalentemente politiche o etniche e non religiose.
Il volume del 2001 concludeva che i martiri cristiani nei primi due millenni erano stati circa settanta milioni, di cui quarantacinque milioni concentrati nel solo secolo XX. Una robusta parte metodologica, che – aggiungo – è uscita semmai rafforzata da dieci anni di discussione sul volume, spiegava i criteri di calcolo adottati. Da allora, Barrett e Johnson hanno aggiornato annualmente i loro calcoli, senza modificare criteri e definizioni. Negli anni 2000 il numero di martiri è cresciuto fino a raggiungere verso la metà del decennio il tasso allarmante di 160.000 nuovi martiri all’anno. Nel 2010 – come spiegano in un articolo intitolato “Christianity 2011: Martyrs and the Resurgence of Religion” pubblicato sul numero di gennaio 2011 (vol. 35, n. 1) della rivista del loro centro, l’“International Bulletin of Missionary Research” – il numero di martiri è diminuito rispetto alla metà del decennio precedente, principalmente perché “la persecuzione dei cristiani nel Sud del Sudan si sta placando come effetto degli effetti degli accordi di pace nel 2005”. Tuttavia rimangono, o si aggravano, altri focolai di martirio, in particolare la Repubblica Democratica del Congo e la Corea del Nord.
Considerati questi fattori una stima prudenziale per il 2011, che Barrett e Johnson propongono “con fiducia”, è di circa “centomila martiri in un anno”. Questa cifra è considerata eccessivamente prudente in un volume importante che mi propongo di recensire in altra occasione per i lettori della Bussola Quotidiana, The Price of Freedom Denied dei sociologi statunitensi Brian J. Grim e Roger Finke (Cambridge University Press, Cambridge 2011), dove la teoria sociologica detta dell’economia religiosa è applicata allo studio statistico delle persecuzioni religiose e delle loro conseguenze sociali. Grim e Finke citano altri dati secondo cui il numero di martiri cristiani che perdono la vita ogni anno potrebbe essere più alto, fra 130.000 e 170.000. Nel mio intervento di Budapest ho voluto adottare una revisione minima della stima di Barrett e Johnson, supponendo che dalle 100.000 vittime circa del 2010 si passi a 105.000 nel 2011: una cifra molto minore di quella proposta da Grim e Finke.
105.000 morti all’anno significano fra 287 e 288 morti al giorno e dodici all’ora, cioè uno ogni cinque minuti. Può darsi che si debba seguire la stima più bassa di Barrett e Johnson e che i minuti siano cinque e mezzo anziché cinque. O che abbiano ragione invece Grim e Finke e muoia un cristiano ogni quattro minuti, non ogni cinque. La linea di tendenza rimane comunque spaventosa. Se non si gridano al mondo le cifre della persecuzione dei cristiani, se non si ferma la strage, se non si riconosce che la persecuzione dei cristiani è la prima emergenza mondiale in materia di violenza e discriminazione religiosa, il dialogo tra le religioni e le culture produrrà solo bellissimi convegni, ma nessun risultato concreto. Chi nasconde le cifre forse semplicemente preferisce non fare nulla per fermare il massacro.
Fonte
Dal mio intervento e dalla discussione che ne è seguita i giornalisti presenti hanno ricavato soprattutto la mia affermazione secondo cui ogni anno i cristiani uccisi nel mondo per la loro fede sono 105.000, uno ogni cinque minuti. Come avviene nell’epoca di Internet, dalle auree volte del Castello Reale di Gödöllo? la citazione è rimbalzata su quotidiani e siti di tutti i continenti. È certamente servita a risvegliare le coscienze sul tema dei cristiani perseguitati. Di questo sono molto contento: sono all’OSCE per questo.
Ma – com’è naturale – una minoranza di coloro che hanno riferito la notizia ha sollevato dubbi su una cifra che a prima vista può sembrare eccessiva. In Italia si è distinta per un’ironia fuori luogo quando si parla di morti la solita UAAR, l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. In queste reazioni c’è già di per sé una lezione: si sottovaluta talmente il problema dei cristiani perseguitati che le cifre – quando sono citate – sembrano a prima vista incredibili. Da dove vengono, dunque, le statistiche che ho citato in Ungheria? La base è costituita dai lavori del principale centro mondiale di statistica religiosa, l’americano Center for Study of Global Christianity, diretto da David B. Barrett, che pubblica periodicamente la notissima World Christian Encyclopedia e l’Atlas of Global Christianity. I lavori di Barrett e del suo centro sono i più citati nel mondo accademico, e non solo, per le statistiche internazionali sui membri delle diverse religioni.
Nel 2001 Barrett e il suo collaboratore Todd M. Johnson iniziarono a raccogliere statistiche anche sui martiri cristiani. Nella loro importante opera World Christian Trends AD 30 – AD 2200 (William Carey Library, Pasadena 2001) cercarono di calcolare il numero totale di martiri cristiani – e per la verità anche di altre religioni – nei primi due millenni cristiani, fino all’anno 2000. Naturalmente, Barrett e Johnson avevano anzitutto bisogno di una definizione di martiri cristiani. Sceslero “credenti in Cristo che hanno perso la loro vita prematuramente, nella situazione di testimoni, come risultato dell’ostilità umana”. Avvertivano che perdere la propria vita “nella situazione di testimoni” non implica alcun giudizio sulla santità personale del martire ma comporta che sia stato ucciso perché cristiano, non come vittima di una guerra o di un genocidio con motivazioni prevalentemente politiche o etniche e non religiose.
Il volume del 2001 concludeva che i martiri cristiani nei primi due millenni erano stati circa settanta milioni, di cui quarantacinque milioni concentrati nel solo secolo XX. Una robusta parte metodologica, che – aggiungo – è uscita semmai rafforzata da dieci anni di discussione sul volume, spiegava i criteri di calcolo adottati. Da allora, Barrett e Johnson hanno aggiornato annualmente i loro calcoli, senza modificare criteri e definizioni. Negli anni 2000 il numero di martiri è cresciuto fino a raggiungere verso la metà del decennio il tasso allarmante di 160.000 nuovi martiri all’anno. Nel 2010 – come spiegano in un articolo intitolato “Christianity 2011: Martyrs and the Resurgence of Religion” pubblicato sul numero di gennaio 2011 (vol. 35, n. 1) della rivista del loro centro, l’“International Bulletin of Missionary Research” – il numero di martiri è diminuito rispetto alla metà del decennio precedente, principalmente perché “la persecuzione dei cristiani nel Sud del Sudan si sta placando come effetto degli effetti degli accordi di pace nel 2005”. Tuttavia rimangono, o si aggravano, altri focolai di martirio, in particolare la Repubblica Democratica del Congo e la Corea del Nord.
Considerati questi fattori una stima prudenziale per il 2011, che Barrett e Johnson propongono “con fiducia”, è di circa “centomila martiri in un anno”. Questa cifra è considerata eccessivamente prudente in un volume importante che mi propongo di recensire in altra occasione per i lettori della Bussola Quotidiana, The Price of Freedom Denied dei sociologi statunitensi Brian J. Grim e Roger Finke (Cambridge University Press, Cambridge 2011), dove la teoria sociologica detta dell’economia religiosa è applicata allo studio statistico delle persecuzioni religiose e delle loro conseguenze sociali. Grim e Finke citano altri dati secondo cui il numero di martiri cristiani che perdono la vita ogni anno potrebbe essere più alto, fra 130.000 e 170.000. Nel mio intervento di Budapest ho voluto adottare una revisione minima della stima di Barrett e Johnson, supponendo che dalle 100.000 vittime circa del 2010 si passi a 105.000 nel 2011: una cifra molto minore di quella proposta da Grim e Finke.
105.000 morti all’anno significano fra 287 e 288 morti al giorno e dodici all’ora, cioè uno ogni cinque minuti. Può darsi che si debba seguire la stima più bassa di Barrett e Johnson e che i minuti siano cinque e mezzo anziché cinque. O che abbiano ragione invece Grim e Finke e muoia un cristiano ogni quattro minuti, non ogni cinque. La linea di tendenza rimane comunque spaventosa. Se non si gridano al mondo le cifre della persecuzione dei cristiani, se non si ferma la strage, se non si riconosce che la persecuzione dei cristiani è la prima emergenza mondiale in materia di violenza e discriminazione religiosa, il dialogo tra le religioni e le culture produrrà solo bellissimi convegni, ma nessun risultato concreto. Chi nasconde le cifre forse semplicemente preferisce non fare nulla per fermare il massacro.
Fonte
"L'uomo a cui Dio ha confidato la buona gestione della natura non può essere dominato dalla tecnica e diventare suo soggetto. Una tale presa di coscienza deve condurre gli Stati a riflettere insieme sull'avvenire a breve termine del pianeta, riguardo alle loro responsabilità verso la nostra vita e le tecnologie".
"in questo senso è divenuto necessario rivedere completamente il nostro approccio con la natura"
"Occorre inoltre interrogarsi sul giusto posto che deve occupare la tecnica. I prodigi di cui è capace vanno di pari passo con disastri sociali ed ecologici. Estendendo l'aspetto relazionale del lavoro al pianeta, la tecnica imprime alla globalizzazione un ritmo particolarmente accelerato. Ora, il fondamento del dinamismo del progresso corrisponde all'uomo che lavora e non alla tecnica, che non è altro che una creazione umana. Puntare tutto su di essa o credere che sia l'agente esclusivo del progresso o della felicità comporta una reificazione dell'uomo, che sfocia nell'accecamento e nell'infelicità quando quest'ultimo le attribuisce e le delega poteri che essa non ha. Basta constatare i "danni" del progresso e i pericoli che una tecnica onnipotente e in ultimo non controllata fa correre all'umanità."
"l'ecologia umana è un imperativo"
"Adottare stili di vita rispettosi dell'ambiente e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie che in grado di salvaguardare il patrimonio del creato ed essere senza pericolo per l'uomo, devono costituire priorità politiche ed economiche".
Benedetto XVI
Un despota retrogrado, ignorante e logicamente oscurantista.
06 giugno 2011
Un bel posto da ri visitare.
Basta chiudere gli occhi un attimo che le immagini di questi posti riaffiorano alla mente come se li avessi visitati poche ore prima.
Nitide e chiare. Con il rumore del vento sull'erba e le note acri del fumo di un camino nascosto. Qualche scintillio lontano. Lo sciabordio delle onde. Come se fossi ancora nel bel mezzo.
Come se ci fossi mai stato.
L'ho sempre detto, non c'è agenzia di viaggi migliore che una biblioteca ben fornita.
PS: A ben pensarci pero' io li ci sono stato per davvero.
04 giugno 2011
Pappapparaparapappappara...
La Corea del nord? Un luogo idilliaco:
nell'«Indice della felicità» stilato dal governo di Pyongyang è al secondo posto al mondo dopo la Cina
MILANO - Come nella migliore delle tradizioni, quando si parla di Corea del Nord, le informazioni sono sempre poco chiare. La propaganda ufficiale ha talmente modificato le vicende del «Caro leader» Kim Jong-il e dei 24 milioni di cittadini che vivono in quello che è uno dei regimi dittatoriali più isolati, chiusi e repressivi al mondo, da rendere oramai impossibile distinguere realtà e leggenda. La televisione di stato nordcorena ha pubblicato ora i risultati dell’«indice di felicità delle nazioni». Al primo posto? La Cina. Ultimi: gli Stati Uniti. LA CLASSIFICA - Qual è la nazione più felice del mondo? L’emittente nordcoreana Chosun Central TV ha presentato i risultati del «Happiness Indexes», un nuovo indice legato alla misurazione della felicità di ogni Paese, elaborato dai funzionari governativi del regime di Pyongyang. Ebbene, il primo posto è occupato dalla Cina con il massimo del punteggio (100). La Corea del Nord è seconda con 98 punti. A seguire: Cuba, Iran e Venezuela. In fondo alla graduatoria che elenca i Paesi in base alla soddisfazione delle persone ci sono le nazioni arcinemiche: Corea del Sud (152°) con 18 punti, e gli Usa (definiti «Impero americano»), ultimi al 203esimo posto. Nella sintesi ripresa dal «Global Post» non c’è traccia dei parametri utilizzati, nè a quale posizione si piazzano le nazioni europee. Ciò nonostante, le conclusioni della ricerca sono state analizzate con un misto di scetticismo e ironia da blog e forum, anche in Cina. «Vi prego, mandatemi negli Stati Uniti così che possa soffrire un po’ anch’io», recita sarcastico uno dei commenti sul popolare forum di discussione cinese, Mop.
REALTÀ E LEGGENDA - Il sondaggio oltremodo fazioso fa parte della nota campagna di disinformazione messa in atto dal «Caro leader», il dittatore che guida il Paese dal 1994. Sono diventate culto infatti le tante fotografie di Kim Jong-il diffuse con una certa frequenza dall'agenzia di stampa nordcoreana Kcna. Ritraggono il «presidente perpetuo» in visita alle fabbriche nordcoreane e lo vedono intento a toccare i più svariati prodotti: pasticcini, stivali, reggiseni, vasi, apparecchi scientifici. Hanno due scopi: trasmettere un Paese normale e prospero ed evidenziare la buona salute del dittatore. La realtà però è ben diversa: l'«indagine sulla felicità delle nazioni» stilato dalla Corea del Nord ha presumibilmente escluso la povertà estrema in cui versano milioni di cittadini e le centinaia di migliaia di persone rinchiuse nei campi di detenzione. Amnesty International ha recentemente pubblicato un rapporto sulle condizioni «spaventose» in cui si trovano i detenuti: si stima che il numero di questi centri sia notevolmente aumentato negli ultimi anni, fino a contenere almeno duecentomila persone.
Fonte
Non so voi, ma io mi terrei alla larga da questi paesi troppo felici.
Non sia mai che ti capiti una giornata no e si debba essere felici per legge, perche' il partito lo vuole.
Suppongo non sia una cosa piacevole.
O no...
Ah, gia'... se sei triste, soma per tutti!
PS: mai tag di un post fu piu' indovinata!
PPS: c'è da dire che non sono nuovi a questi metodi di lavaggio del cervello. Pare sia un vizietto di partito.
nell'«Indice della felicità» stilato dal governo di Pyongyang è al secondo posto al mondo dopo la Cina
Fonte
Non so voi, ma io mi terrei alla larga da questi paesi troppo felici.
Non sia mai che ti capiti una giornata no e si debba essere felici per legge, perche' il partito lo vuole.
Suppongo non sia una cosa piacevole.
O no...
Ah, gia'... se sei triste, soma per tutti!
PS: mai tag di un post fu piu' indovinata!
PPS: c'è da dire che non sono nuovi a questi metodi di lavaggio del cervello. Pare sia un vizietto di partito.
03 giugno 2011
Referendum e monossido di diidrogeno II
I prossimi 12 e 13 giugno gli italiani saranno chiamati a votare quattro referendum: sul legittimo impedimento, sul nucleare e (due) sull’acqua. Ieri è arrivato dalla Cassazione il via libera definitivo al quesito sull’atomo, dopo che il governo aveva già abrogato tutte le norme investite dalla formulazione precedente. Adesso gli italiani dovranno decidere se cancellare l’articolo 5, commi 1 e 8 della legge Omnibus: l’uno non fa altro che dichiarare le ragioni per cui il governo intende abbandonare l’atomo, l’altro impegna alla redazione della strategia energetica nazionale. Una scelta, dunque, assai singolare, che se da un lato mina la portata pratica del quesito, dall’altra lo mette in rotta di collisione con una delle principali accuse che l’opposizione rivolge all’esecutivo in materia di politica energetica (appunto, non aver mai prodotto una strategia energetica).
Sull’acqua, invece, gli italiani dovranno rispondere a due quesiti. Il primo, che riguarda anche altri servizi pubblici locali quali la gestione dei rifiuti e il trasporto pubblico, chiede di abolire l’obbligo di affidamento del servizio, in via ordinaria, tramite gara. Contemporaneamente cadrebbe anche l’altra possibilità offerta ai comuni, prevista sempre dalla legge Ronchi-Fitto, quella di scendere gradualmente nel capitale degli attuali gestori, trovando un socio industriale “con specifici compiti operativi” selezionato anch’esso attraverso una procedura a evidenza pubblica. La legge Ronchi è il logico, anche se insufficiente, punto di arrivo di un percorso (bipartisan) iniziato con la legge Galli e proseguito con la legge Napolitano-Vigneri e il ddl Lanzillotta.
Il secondo quesito, che invece è specifico del settore idrico, cancellerebbe le parole “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” dalle voci di costo che possono essere trasferite in tariffa. In sostanza, poichè i capitali costano, gli investimenti nell’intero ciclo dell’acqua (dalla captazione alla depurazione) sarebbero coperti solo parzialmente dalla tariffa, e per il resto dalle finanze pubbliche locali (tasse o debito pubblico).
Nella pratica, i referendum imporrebbero una rivoluzione copernicana all’attuale organizzazione del servizio idrico, riportandolo – concettualmente – a prima del 1994. Eppure, secondo Federutility sono necessari investimenti nell’ordine di almeno 64 miliardi di euro per raggiungere gli standard europei, tappare le falle (i nostri acquedotti perdono il 37 per cento dell’acqua trasportata) e realizzare i depuratori dove non esistono o sono obsoleti. La campagna referendaria ha trascurato due aspetti importanti dell’intera impalcatura normativa, e ne ha lasciato in ombra un terzo. Anzitutto, l’acqua e le reti sono e restano di proprietà pubblica – il privato può (se vince una gara alla quale possono partecipare pure soggetti pubblici) aggiudicarsene la mera gestione.
Secondariamente, le tariffe italiane sono tra le più basse in Europa (la spesa media pro capite per la bolletta dell’acqua è attorno ai 100 euro all’anno). Peraltro, anche per razionalizzare gli usi, è importante che la tariffa rifletta tutti i costi relativi al consumo idrico. Terzo, i referendum non intaccano – e i referendari raramente ne parlano – l’aspetto regolatorio. Il potenziamento della Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche, che dovrebbe diventare un’autorità indipendente, può essere una buona notizia, se avrà risorse e competenze appropriate. Ma finché non si sottrae la politica tariffaria dalle mani degli uomini politici, che hanno interesse a usarla o come strumento clientelare, o come leva elettorale, difficilmente i problemi verranno risolti.
Rifiutarsi di risolvere i problemi equivale o a spostare il costo sulle generazioni future, o accettare un costo ambientale (sotto forma di stress idrico o di inquinamento) in luogo di uno economico. Che tutto questo nasca da un movimento che si dichiara ecologista è solo la parte più folkloristica del paradosso. La parte più ingombrante, invece, è che si continui a parlare del colore del gatto, mentre quasi nessuno s’interessa ai topi.
Fonte
"...la quantità di acqua immessa nel sistema idrico nel 2008, riferita a 36,5 milioni di abitanti, è di 5,308 miliardi di m3. Questo dato parametrato sugli attuali 60 milioni di abitanti, così come indicato dallo stesso Co.Vi.Ri, implica una valore di 8,72 miliardi di m3 del prezioso liquido immessi nei tubi. Tenuto conto che la percentuale media di perdite del sistema idrico italiano è del 30% ecco, allora, che si giunge al valore di 2,61 miliardi di m3..."
"Al di là degli sprechi c'è un altro dato che fa riflettere. La media degli investimenti europea per garantire un sistema efficiente è di 274 euro al metro cubo di H2O. Ebbene, in Italia, questo valore si aggira, secondo Kpmg, sui 107 euro."
Fonte
Sottolineo ancora una delle ultime frasi del primo articolo, "accettare un costo ambientale in luogo di uno economico".
Cioe' siamo disposti, pur di non spendere qualche euro in piu' in bolletta, a lasciare le cose come stanno. Cioe' male. Alla fine, se dobbiamo rifare le tubature perche' perdono, o costruire un nuovo depuratore, e' giusto che lo paghino gli utenti che direttamente ne fanno uso.
E' anche un buon sistema di controllo. Se io utente mi trovo a pagare 400€ in piu' all'anno di bollette senza che vengano costruite infrastrutture, vado dritto dritto in comune. Immagino che non saro' il solo, ma che sia una condizione di tutti. Forse manca uno strumento di controllo, o forse c'è gia', con la facolta' di ritirare l'asegnazione del bando e indire una causa contro l'ex vincitore che ha disatteso il bando stesso.
Sarebbe sicuramente un metodo piu' sicuro e chiaro che non finanziare gli stessi lavori, o la stessa Ferrari del vincitore dell'appalto, con soldi che arrivano comunque da noi, ma tramite giri piu' complessi e sicuramente meno limpidi. Chi va a sapere quanto soldi si intasca quella tale azienda sotto forma di contributi statali?Dovresti proprio andartelo a cercare, mentre la bolletta, e' lei che cerca te.
Mi pare evidente che se servono davvero quei 64.000.000€ di investimenti (e servono per prevenire le perdite di acqua, il termine oro blu non l'ho coniato io; c'è chi fa la guerra per averne, e noi la buttiamo via? Oppure per depurare i nostri scarichi che vanno in mare e alterano l'ecosistema danneggiandolo; si, e' vero, niente panda in pericolo e nessun cucciolo di orso bianco da salvare, ma la questione e' la stessa. Ma evidentemente sono cose che non ci interessano. Salvo poi fare slogan e pagliacciate sul risparmiare l'acqua in casa... ), che sia lo Stato a pagare o che siamo noi non fa nessuna differenza, in quanto semplicemente, lo stato Siamo noi.
Solo, preferisco sapere precisamente quanto do e a chi, cosa che, se dovessimo votare Si, sarebbe piu' difficile, e andrebbe quindi ad avvantaggiare chi, nel pubblico, si arricchisce alle nostre spalle (che e' un infame quanto il privato che lo farebbe al suo posto, non cambia nulla).
Per quanto riguarda il secondo articolo, e' del 2009, in tempi assolutamente non sospetti. Il quadro descritto non e' certo roseo. Se vogliamo addirittura fare un passo indietro, prego.
E quindi?
E quindi No No No Si.
Sull’acqua, invece, gli italiani dovranno rispondere a due quesiti. Il primo, che riguarda anche altri servizi pubblici locali quali la gestione dei rifiuti e il trasporto pubblico, chiede di abolire l’obbligo di affidamento del servizio, in via ordinaria, tramite gara. Contemporaneamente cadrebbe anche l’altra possibilità offerta ai comuni, prevista sempre dalla legge Ronchi-Fitto, quella di scendere gradualmente nel capitale degli attuali gestori, trovando un socio industriale “con specifici compiti operativi” selezionato anch’esso attraverso una procedura a evidenza pubblica. La legge Ronchi è il logico, anche se insufficiente, punto di arrivo di un percorso (bipartisan) iniziato con la legge Galli e proseguito con la legge Napolitano-Vigneri e il ddl Lanzillotta.
Il secondo quesito, che invece è specifico del settore idrico, cancellerebbe le parole “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” dalle voci di costo che possono essere trasferite in tariffa. In sostanza, poichè i capitali costano, gli investimenti nell’intero ciclo dell’acqua (dalla captazione alla depurazione) sarebbero coperti solo parzialmente dalla tariffa, e per il resto dalle finanze pubbliche locali (tasse o debito pubblico).
Nella pratica, i referendum imporrebbero una rivoluzione copernicana all’attuale organizzazione del servizio idrico, riportandolo – concettualmente – a prima del 1994. Eppure, secondo Federutility sono necessari investimenti nell’ordine di almeno 64 miliardi di euro per raggiungere gli standard europei, tappare le falle (i nostri acquedotti perdono il 37 per cento dell’acqua trasportata) e realizzare i depuratori dove non esistono o sono obsoleti. La campagna referendaria ha trascurato due aspetti importanti dell’intera impalcatura normativa, e ne ha lasciato in ombra un terzo. Anzitutto, l’acqua e le reti sono e restano di proprietà pubblica – il privato può (se vince una gara alla quale possono partecipare pure soggetti pubblici) aggiudicarsene la mera gestione.
Secondariamente, le tariffe italiane sono tra le più basse in Europa (la spesa media pro capite per la bolletta dell’acqua è attorno ai 100 euro all’anno). Peraltro, anche per razionalizzare gli usi, è importante che la tariffa rifletta tutti i costi relativi al consumo idrico. Terzo, i referendum non intaccano – e i referendari raramente ne parlano – l’aspetto regolatorio. Il potenziamento della Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche, che dovrebbe diventare un’autorità indipendente, può essere una buona notizia, se avrà risorse e competenze appropriate. Ma finché non si sottrae la politica tariffaria dalle mani degli uomini politici, che hanno interesse a usarla o come strumento clientelare, o come leva elettorale, difficilmente i problemi verranno risolti.
Rifiutarsi di risolvere i problemi equivale o a spostare il costo sulle generazioni future, o accettare un costo ambientale (sotto forma di stress idrico o di inquinamento) in luogo di uno economico. Che tutto questo nasca da un movimento che si dichiara ecologista è solo la parte più folkloristica del paradosso. La parte più ingombrante, invece, è che si continui a parlare del colore del gatto, mentre quasi nessuno s’interessa ai topi.
Fonte
"...la quantità di acqua immessa nel sistema idrico nel 2008, riferita a 36,5 milioni di abitanti, è di 5,308 miliardi di m3. Questo dato parametrato sugli attuali 60 milioni di abitanti, così come indicato dallo stesso Co.Vi.Ri, implica una valore di 8,72 miliardi di m3 del prezioso liquido immessi nei tubi. Tenuto conto che la percentuale media di perdite del sistema idrico italiano è del 30% ecco, allora, che si giunge al valore di 2,61 miliardi di m3..."
"Al di là degli sprechi c'è un altro dato che fa riflettere. La media degli investimenti europea per garantire un sistema efficiente è di 274 euro al metro cubo di H2O. Ebbene, in Italia, questo valore si aggira, secondo Kpmg, sui 107 euro."
Fonte
Sottolineo ancora una delle ultime frasi del primo articolo, "accettare un costo ambientale in luogo di uno economico".
Cioe' siamo disposti, pur di non spendere qualche euro in piu' in bolletta, a lasciare le cose come stanno. Cioe' male. Alla fine, se dobbiamo rifare le tubature perche' perdono, o costruire un nuovo depuratore, e' giusto che lo paghino gli utenti che direttamente ne fanno uso.
E' anche un buon sistema di controllo. Se io utente mi trovo a pagare 400€ in piu' all'anno di bollette senza che vengano costruite infrastrutture, vado dritto dritto in comune. Immagino che non saro' il solo, ma che sia una condizione di tutti. Forse manca uno strumento di controllo, o forse c'è gia', con la facolta' di ritirare l'asegnazione del bando e indire una causa contro l'ex vincitore che ha disatteso il bando stesso.
Sarebbe sicuramente un metodo piu' sicuro e chiaro che non finanziare gli stessi lavori, o la stessa Ferrari del vincitore dell'appalto, con soldi che arrivano comunque da noi, ma tramite giri piu' complessi e sicuramente meno limpidi. Chi va a sapere quanto soldi si intasca quella tale azienda sotto forma di contributi statali?Dovresti proprio andartelo a cercare, mentre la bolletta, e' lei che cerca te.
Mi pare evidente che se servono davvero quei 64.000.000€ di investimenti (e servono per prevenire le perdite di acqua, il termine oro blu non l'ho coniato io; c'è chi fa la guerra per averne, e noi la buttiamo via? Oppure per depurare i nostri scarichi che vanno in mare e alterano l'ecosistema danneggiandolo; si, e' vero, niente panda in pericolo e nessun cucciolo di orso bianco da salvare, ma la questione e' la stessa. Ma evidentemente sono cose che non ci interessano. Salvo poi fare slogan e pagliacciate sul risparmiare l'acqua in casa... ), che sia lo Stato a pagare o che siamo noi non fa nessuna differenza, in quanto semplicemente, lo stato Siamo noi.
Solo, preferisco sapere precisamente quanto do e a chi, cosa che, se dovessimo votare Si, sarebbe piu' difficile, e andrebbe quindi ad avvantaggiare chi, nel pubblico, si arricchisce alle nostre spalle (che e' un infame quanto il privato che lo farebbe al suo posto, non cambia nulla).
Per quanto riguarda il secondo articolo, e' del 2009, in tempi assolutamente non sospetti. Il quadro descritto non e' certo roseo. Se vogliamo addirittura fare un passo indietro, prego.
E quindi?
E quindi No No No Si.
02 giugno 2011
"Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede" I
Cari amici,
ripenso spesso alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney del 2008. Là abbiamo vissuto una grande festa della fede, durante la quale lo Spirito di Dio ha agito con forza, creando un’intensa comunione tra i partecipanti, venuti da ogni parte del mondo. Quel raduno, come i precedenti, ha portato frutti abbondanti nella vita di numerosi giovani e della Chiesa intera. Ora, il nostro sguardo si rivolge alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù, che avrà luogo a Madrid nell’agosto 2011. Già nel 1989, qualche mese prima della storica caduta del Muro di Berlino, il pellegrinaggio dei giovani fece tappa in Spagna, a Santiago de Compostela. Adesso, in un momento in cui l’Europa ha grande bisogno di ritrovare le sue radici cristiane, ci siamo dati appuntamento a Madrid, con il tema: “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (cfr Col 2,7). Vi invito pertanto a questo evento così importante per la Chiesa in Europa e per la Chiesa universale. E vorrei che tutti i giovani, sia coloro che condividono la nostra fede in Gesù Cristo, sia quanti esitano, sono dubbiosi o non credono in Lui, potessero vivere questa esperienza, che può essere decisiva per la vita: l’esperienza del Signore Gesù risorto e vivo e del suo amore per ciascuno di noi.
1. Alle sorgenti delle vostre più grandi aspirazioni
In ogni epoca, anche ai nostri giorni, numerosi giovani sentono il profondo desiderio che le relazioni tra le persone siano vissute nella verità e nella solidarietà. Molti manifestano l’aspirazione a costruire rapporti autentici di amicizia, a conoscere il vero amore, a fondare una famiglia unita, a raggiungere una stabilità personale e una reale sicurezza, che possano garantire un futuro sereno e felice. Certamente, ricordando la mia giovinezza, so che stabilità e sicurezza non sono le questioni che occupano di più la mente dei giovani. Sì, la domanda del posto di lavoro e con ciò quella di avere un terreno sicuro sotto i piedi è un problema grande e pressante, ma allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l’età in cui si è alla ricerca della vita più grande. Se penso ai miei anni di allora: semplicemente non volevamo perderci nella normalità della vita borghese. Volevamo ciò che è grande, nuovo. Volevamo trovare la vita stessa nella sua vastità e bellezza. Certamente, ciò dipendeva anche dalla nostra situazione. Durante la dittatura nazionalsocialista e nella guerra noi siamo stati, per così dire, “rinchiusi” dal potere dominante. Quindi, volevamo uscire all’aperto per entrare nell’ampiezza delle possibilità dell’essere uomo. Ma credo che, in un certo senso, questo impulso di andare oltre all’abituale ci sia in ogni generazione. È parte dell’essere giovane desiderare qualcosa di più della quotidianità regolare di un impiego sicuro e sentire l’anelito per ciò che è
realmente grande. Si tratta solo di un sogno vuoto che svanisce quando si diventa adulti? No, l’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente. Sant’Agostino aveva ragione: il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te. Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”. Dio è vita, e per questo ogni creatura tende alla vita; in modo unico e speciale la persona umana, fatta ad immagine di Dio, aspira all’amore, alla gioia e alla pace. Allora comprendiamo che è un controsenso pretendere di eliminare Dio per far vivere l’uomo! Dio è la sorgente della vita; eliminarlo equivale a separarsi da questa fonte e, inevitabilmente, privarsi della pienezza e della
gioia: “la creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (Con. Ecum. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 36). La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale. Mentre l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal Vangelo – come il senso della dignità della persona, della solidarietà, del lavoro e della famiglia –, si constata una sorta di “eclissi di Dio”, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda. Per questo motivo, cari amici, vi invito a intensificare il vostro cammino di fede in Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Voi siete il futuro della società e della Chiesa! Come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani della città di Colossi, è vitale avere delle radici, delle basi solide! E questo è particolarmente vero oggi, quando molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita, diventando così profondamente insicuri. Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento. Voi giovani avete il diritto di ricevere dalle generazioni che vi precedono punti fermi per fare le vostre scelte e costruire la vostra vita, come una giovane pianta ha bisogno di un solido sostegno finché crescono le radici, per diventare, poi, un albero robusto, capace di portare frutto.
Quanto mi piace quest'uomo!
ripenso spesso alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney del 2008. Là abbiamo vissuto una grande festa della fede, durante la quale lo Spirito di Dio ha agito con forza, creando un’intensa comunione tra i partecipanti, venuti da ogni parte del mondo. Quel raduno, come i precedenti, ha portato frutti abbondanti nella vita di numerosi giovani e della Chiesa intera. Ora, il nostro sguardo si rivolge alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù, che avrà luogo a Madrid nell’agosto 2011. Già nel 1989, qualche mese prima della storica caduta del Muro di Berlino, il pellegrinaggio dei giovani fece tappa in Spagna, a Santiago de Compostela. Adesso, in un momento in cui l’Europa ha grande bisogno di ritrovare le sue radici cristiane, ci siamo dati appuntamento a Madrid, con il tema: “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (cfr Col 2,7). Vi invito pertanto a questo evento così importante per la Chiesa in Europa e per la Chiesa universale. E vorrei che tutti i giovani, sia coloro che condividono la nostra fede in Gesù Cristo, sia quanti esitano, sono dubbiosi o non credono in Lui, potessero vivere questa esperienza, che può essere decisiva per la vita: l’esperienza del Signore Gesù risorto e vivo e del suo amore per ciascuno di noi.
1. Alle sorgenti delle vostre più grandi aspirazioni
In ogni epoca, anche ai nostri giorni, numerosi giovani sentono il profondo desiderio che le relazioni tra le persone siano vissute nella verità e nella solidarietà. Molti manifestano l’aspirazione a costruire rapporti autentici di amicizia, a conoscere il vero amore, a fondare una famiglia unita, a raggiungere una stabilità personale e una reale sicurezza, che possano garantire un futuro sereno e felice. Certamente, ricordando la mia giovinezza, so che stabilità e sicurezza non sono le questioni che occupano di più la mente dei giovani. Sì, la domanda del posto di lavoro e con ciò quella di avere un terreno sicuro sotto i piedi è un problema grande e pressante, ma allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l’età in cui si è alla ricerca della vita più grande. Se penso ai miei anni di allora: semplicemente non volevamo perderci nella normalità della vita borghese. Volevamo ciò che è grande, nuovo. Volevamo trovare la vita stessa nella sua vastità e bellezza. Certamente, ciò dipendeva anche dalla nostra situazione. Durante la dittatura nazionalsocialista e nella guerra noi siamo stati, per così dire, “rinchiusi” dal potere dominante. Quindi, volevamo uscire all’aperto per entrare nell’ampiezza delle possibilità dell’essere uomo. Ma credo che, in un certo senso, questo impulso di andare oltre all’abituale ci sia in ogni generazione. È parte dell’essere giovane desiderare qualcosa di più della quotidianità regolare di un impiego sicuro e sentire l’anelito per ciò che è
realmente grande. Si tratta solo di un sogno vuoto che svanisce quando si diventa adulti? No, l’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente. Sant’Agostino aveva ragione: il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te. Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”. Dio è vita, e per questo ogni creatura tende alla vita; in modo unico e speciale la persona umana, fatta ad immagine di Dio, aspira all’amore, alla gioia e alla pace. Allora comprendiamo che è un controsenso pretendere di eliminare Dio per far vivere l’uomo! Dio è la sorgente della vita; eliminarlo equivale a separarsi da questa fonte e, inevitabilmente, privarsi della pienezza e della
gioia: “la creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (Con. Ecum. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 36). La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale. Mentre l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal Vangelo – come il senso della dignità della persona, della solidarietà, del lavoro e della famiglia –, si constata una sorta di “eclissi di Dio”, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda. Per questo motivo, cari amici, vi invito a intensificare il vostro cammino di fede in Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Voi siete il futuro della società e della Chiesa! Come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani della città di Colossi, è vitale avere delle radici, delle basi solide! E questo è particolarmente vero oggi, quando molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita, diventando così profondamente insicuri. Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento. Voi giovani avete il diritto di ricevere dalle generazioni che vi precedono punti fermi per fare le vostre scelte e costruire la vostra vita, come una giovane pianta ha bisogno di un solido sostegno finché crescono le radici, per diventare, poi, un albero robusto, capace di portare frutto.
Quanto mi piace quest'uomo!
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