Sotto l’azzurro fitto
del cielo
qualche uccello di mare se ne va

né sosta mai
perché tutte le immagini portano scritto

“più in là!”




.

"Io dichiaro la mia indipendenza. Io reclamo il mio diritto a scegliere tra tutti gli strumenti che l'universo offre e non permetterò che si dica che alcuni di questi strumenti sono logori solo perché sono già stati usati"

Gilbert Keith Chesterton



02 maggio 2011

Il Papa buono? È sempre quello morto

Una denuncia è presentata al Tribunale Internazionale dell’Aja contro il Papa per crimini contro l’umanità. Una serie di personalità e organizzazioni omosessuali denuncia le sue parole sull’AIDS e afferma che il Pontefice, mettendo in dubbio l’efficacia del preservativo come mezzo di contrasto alla malattia, è un criminale personalmente responsabile della morte di milioni di africani.
Il lettore penserà che stiamo parlando di Benedetto XVI e delle polemiche seguite alle sue dichiarazioni sul volo che lo portava in Africa nel 2009. La tesi del Papa sul preservativo che non ferma l’AIDS era scientificamente fondata, ma non è questo ora il punto. La denuncia all’Aja fu proposta, in effetti, nel novembre 2004 contro Giovanni Paolo II (1920-2005). È difficile oggi immaginare l’autentica offensiva d’insulti che colpì il Pontefice polacco quando ripeté le condanne contro la contraccezione artificiale e riaffermò che gli atti omosessuali costituiscono un disordine oggettivo, come quando prese posizione contro la teologia della liberazione d’ispirazione marxista. Fu contro Papa Wojtyla che il movimento radicale transnazionale promosse le sue più grandi manifestazioni anticlericali e coniò lo slogan «No Taliban no Vatican». Trasformatisi rapidamente in teologi - ma anche sostenuti da teologi veri, cattolici dell’ala più progressista -, molti esponenti del sistema dei media laicisti c’intrattenevano su come il Papa venuto dalla Vistola, con il suo rozzo anticomunismo, stesse smantellando il Concilio Vaticano II e tramasse nell’ombra per una restaurazione anticonciliare.
E molti rimpiangevano Paolo VI (1897-1978). Papa Montini, si diceva, con la sua sapienza bresciana e democristiana e il lungo dialogo dell’Ostpolitik con l’Unione Sovietica avrebbe evitato le ingenue intemperanze di Giovanni Paolo II. Celebrare Paolo VI significava per molti, ogni volta che Giovanni Paolo II disturbava i manovratori dell’opinione pubblica su temi morali o politici, contestare la vera o presunta «restaurazione» wojtyliana e dare un brivido ai teologi progressisti nostalgici dei (per loro) gloriosi anni 1970. La nostalgia di Paolo VI era sorprendente: contagiava persone che nel 1968, dopo l’enciclica Humanae vitae e la rinnovata condanna della contraccezione artificiale, avevano attaccato Papa Montini con parole raramente usate nel XX secolo contro un Pontefice. Ma Paolo VI aveva soprattutto un grande pregio per i laicisti e i progressisti che attaccavano Papa Wojtyla: era morto. Per i nemici del Papato e del Magistero, infatti, da molti anni il Papa buono è sempre il Papa morto.
Oggi sappiamo - dalle memorie dei più conseguenti animatori della fazione ultraprogressista al Concilio Ecumenico Vaticano II come il vescovo brasiliano Hélder Câmara (1909-1999) - che la contrapposizione del Papa morto al Papa vivo non è un semplice fenomeno psicologico. Per qualche verso, fu studiata a tavolino. Quando apparve chiaro che sugli anticoncezionali, il celibato dei sacerdoti, la guida collegiale della Chiesa e l’ordinazione delle donne la frangia ultraprogressista avrebbe trovato in Paolo VI un ostacolo invalicabile, fu messa in atto una vera e propria strategia per contrapporre a Papa Montini, il Papa «che frenava il Concilio», il mito di Giovanni XXIII (1881-1963), il «Papa buono».
Un Papa molto amato, certo, ma che fu ricordato - sia durante il Concilio, sia ai tempi della polemica sull’Humanae vitae - con chiassose manifestazioni che costituivano un attacco neppure troppo velato al suo successore. Convenientemente, si dimenticava che in materia morale Papa Roncalli non era certamente un progressista, e che nel 1959 aveva approvato e sottoscritto un documento del Sant’Uffizio che dichiarava illecito per i cattolici «dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano».
Nulla di nuovo, dunque, quando vediamo celebrare Giovanni Paolo II come un "Papa buono" per contrapporlo al "Papa cattivo" Benedetto XVI. La logica è sempre quella di opporre il Papa morto al Papa vivo, un escamotage nei cui confronti i cattolici dovrebbero essere ormai vaccinati da decenni. Purtroppo non è sempre così, e ci sono anche oggi cattolici che cadono facilmente in trappola. Le lodi interessate e pelose a Giovanni Paolo II hanno influenzato anche alcuni "tradizionalisti" che - cambiando semplicemente di segno lo schema dei media laicisti - contrappongono il buon «conservatore» Benedetto XVI al cattivo "progressista" Giovanni Paolo II, di cui contestano la beatificazione. Costoro insistono sulla presentazione mediatica del primo incontro di Assisi o sulla politica della distensione con Cuba praticata in una certa stagione dalla diplomazia vaticana, dimenticando completamente le encicliche e i discorsi fermissimi sul piano dottrinale del Papa polacco e il suo contributo decisivo - riconosciuto ormai anche da storici insospettabili - alla caduta dell’impero sovietico.
Che cosa si debba pensare di chi contrappone un Pontefice all’altro allo scopo di creare confusione e divisioni tra i cattolici ce lo insegna Benedetto XVI al numero 12 della sua enciclica Caritas in veritate, con parole riferite a chi contrappone il Magistero sulla politica e l’economia di Paolo VI a quello dei suoi predecessori, e che non valgono solo per la dottrina sociale: «Non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all'insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. È giusto rilevare le peculiarità dell’una o dell’altra Enciclica, dell’insegnamento dell’uno o dell’altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell’intero corpus dottrinale».

Fonte



E' lui il mio Papa.
Sara' poco fotogenico.
Sara' che sembra piu' austero e lontano.
Sara' che e' una personalita' mite e pacata, forte ma senza mai alzare la voce.
Sara' anche poco padrone dei mezzi di comunicazione.
Sara' che viene deriso un giorno si e l'altro pure.
Sara' che vien facile spalargli merda addosso ogni volta che apre bocca.
Sara' quello che volete voi, ma a me piace. Molto.
E sarebbe ora che ci si ricordasse anche di lui.

Chesso', leggendo quello che scrive(addirittura?), ascoltando quello che dice(ma non stiamo esagerando?), giusto per farsi un'idea della sua persona che vada oltre all'imitazione di paolo a "le iene sow"(perche', non va bene?).


PS: Nulla contro Giovanni Paolo II, ma io di lui ricordo poco e ho letto ancora meno. E mi fanno sorridere i commenti politicamente corretti"e' stato un grande" e via ciarlando. Un Papa non e' un grande. Un Papa e' il vicario di Cristo. Se accantoniamo questo aspetto, stiamo parlando di qualcuno che non vogliamo capire fino in fondo.

25 aprile 2011

25 Aprile

"(...)Non c'è coraggio nell'attaccare qualcosa di vecchio o antiquato, non più di quello che occorre per offrirsi di combattere contro la nonna di qualcuno. L'uomo davvero coraggioso è colui che sconfigge le tirannie nate al sorgere di questa giornata e le superstizioni appena sbocciate, come i fiori a primavera".

Gilbert Keith Chesterton




Il problema oggi non sono i fascisti.

24 aprile 2011

Pasqua



16- 1Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. 2Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. 3Esse dicevano tra loro: "Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?".4Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. 5Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse loro: "Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. 7Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto". 8Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché

[questo e' l'...]

 1- 1Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.

22 aprile 2011

Sono Gaia e scrivo perche' ho una tasiera davanti.

Anton, calciatore e gay  «In Italia non l'avrei detto»
«Anche in Svezia mi insultano, ma non volevo più nascondermi».

I compagni hanno reagito bene 




GÖTEBORG - Qui, nella bionda, civile, laica e tenacemente monarchica Svezia, il peggio che ogni weekend gli può capitare è qualche «finocchio!» che piove giù dagli spalti del campetto dell'Utsiktens Bk, berciato da uno dei duecento biondi, civili, laici e forse tenacemente monarchici tifosi avversari saliti fino a Göteborg per insultare lui, il primo calciatore professionista dichiaratamente gay dai tempi della favola nera di Justin Fashanu: coming out nel '90 e un suicidio per impiccagione otto anni dopo essere stato rigettato dal mondo del calcio come un organo trapiantato male.
Anton Hysen, 20 anni, figlio orgoglioso di uno degli atleti che negli anni 80 contribuirono ad alimentare il mito del calciatore-macho, Glenn Hysen (difensore di Fiorentina e Liverpool, un indimenticato tackle sulle caviglie di Gary Lineker a Wembley che è ancora tra i ricordi più cari della Kop), due orecchini, un piercing sulla lingua, otto tatuaggi destinati a crescere (Ynwa sul braccio: sta per You'll never walk alone, il coro-totem della curva del Liverpool, città dove è nato), uno zio omosessuale, una cugina lesbica, terza stagione nella divisione 2 svedese (più di una Lega dilettanti, meno di una serie C italiana), è il ragazzo finito in copertina sul Guardian e, a cascata, su tutti i quotidiani. «Sei la quinta giornalista che viene a intervistarmi. Ma la prima non inglese - dice, tirandosela un po', davanti a una carbonara fumante -. E perché, poi? Perché sono gay. Ma cosa avrò di così speciale...?».
Niente, in effetti. Più aderente alla delicata iconografia dei personaggi di E.M. Forster che a un certo burlesque da Gay Pride («Oh, quelle forme di esibizionismo della propria omosessualità non fanno per me, così come non sono attratto dai gay effemminati, che pure mi corteggiano»), Anton pur essendo ingenuo e a digiuno di cose della vita sa benissimo che una storia come la sua in Italia non avrebbe diritto di cittadinanza. «Non ho niente da nascondere, ho fatto coming out per poter vivere me stesso alla luce del sole. Certo vivo in Svezia, un Paese ateo e liberale, una scelta del genere in una nazione cattolica come l'Italia sarebbe stata più difficile. Ai tifosi dovrebbe interessare che sono un giocatore tecnico e non velocissimo, se mi schierano in difesa o esterno di centrocampo, e non con chi vado a letto». Ti insultano? «Certo che mi insultano». E cosa dicono? «Finocchio! Giochi come una femminuccia! Cose così...». E tu come reagisci? «Sento i cori, penso che provengono da gente ignorante e immatura, torno a concentrarmi sulla partita». E i tuoi compagni di squadra come hanno reagito? «Bene. Sono persone gentili e rispettose». Tuo padre Glenn è il coach dell'Utsiktens Bk. «Sì, ma non c'entra. Lui non viene sotto la doccia con noi». E sotto la doccia cosa succede? «Ma niente. I soliti scherzi, le solite battute... ». Tipo? «Tipo: c'è Anton, non lasciate cadere il sapone ragazzi!». È avvilente o divertente? «Non m'importa, a volte ci scherzo su anch'io, è normale. Io non sono religioso. Credo in me stesso, nella mia famiglia e nei miei amici. Vivo giorno per giorno. Il resto non mi preoccupa». Tutto qui? «Tutto qui».
È il perimetro di questo playground, campo di Vastra Frolunda, verde periferia di Göteborg, paesone socialdemocratico e liberale, mezzo milione di abitanti più interessati all'afflusso di immigrati dalla Danimarca che all'omosessualità di Anton, a definirne portata e dimensioni. Martina Navratilova, che con il suo coraggio incosciente perse fior di contratti, sfidò il mondo. Gareth Thomas si lanciò a mani nude dentro la mischia più furibonda dello sport, il rugby. Greg Louganis perse sangue dentro una piscina olimpica, non nella vasca da bagno di casa sua. E Nigel Owens, arbitro della palla ovale, disse la verità che Anton inghiotte insieme a un sorso di sidro, protagonista di una bega di condominio e, certo, non di una guerra mondiale come gli altri: «Se fossi un arbitro di calcio non avrei mai ammesso di essere gay». La sua vita, fin qui, sembra un reality di Mtv. «Avevo una fidanzata bellissima quando, due anni fa, mi resi conto di essere attratto dai ragazzi. Mi sono confidato con mia cugina, la lesbica. Poi l'ho detto a mia madre Helena. Infine a mio padre Glenn, la persona di cui più temevo il giudizio. Papà mi ha ascoltato e poi ha detto: non potrei essere più fiero di te, ti sosterrei anche se volessi fare la ballerina classica».
La scelta di Anton è stata raccontata da Offside, magazine svedese di calcio. Da lì è partito il traversone per l'Europa: Inghilterra, Francia, Spagna, Germania, Italia, le terre proibite dove questa mentalità, tra la gramigna del calcio omofobo e continentale, avrebbe attecchito meno. «Siamo nel 2011, basta ipocrisie, qualcuno doveva rompere il ghiaccio e io l'ho fatto» sorride Anton baldanzoso di giovinezza e inesperienza, senza sapere che una curva di San Siro o una frangia dell'Olimpico capace di fermare un derby sarebbero una psicoterapia sconsigliata da chiunque. Mamma Helena teme che, se in futuro passasse a una squadra più forte («Certo che giocherei in Italia, ma il sogno proibito è il Liverpool di Gerrard, il mio eroe»), con una tifoseria più ampia e agguerrita, Anton possa finire nei guai. E, magari, pentirsi dell'onestà di cui ha vestito questa piccola notorietà che in fondo lo lusinga («I miei parenti già lo sapevano: non ho fatto coming out per pubblicità, non me n'è venuto niente in tasca...»), anche se è chiaro che i fragili parastinchi dell'Utsiktens poco possono contro i tackle violenti dell'esistenza.
Ma Anton si fa forte dei valori che sente di rappresentare («Lealtà, verità, umiltà: non arrivi da nessuna parte con gli atteggiamenti di Balotelli, che pure è un attaccante straordinario...»), delle decisioni che ne stanno indirizzando le giornate, della vita che si è scelto. Lavora part time alla catena di montaggio della Volvo locale. Non è fidanzato. «Se uscirei con un calciatore? Se fosse carino, perché no?» ride, inconsciamente fedele allo stereotipo più duro da sradicare. Desidera uno stipendio migliore, un futuro luminoso, un amore vero. Come tutti, uomini e donne, gay e etero. Ecco perché alla fine, quando l'arbitro fischia il novantesimo e sotto la doccia ricominciano quegli scherzi infantili, la storia di Anton Hysen è uguale a quella degli altri dieci uomini in campo. Compresi quelli che fanno i disinvolti, e poi tengono davvero stretto in mano il sapone.
Fonte



Sara' che a me non piace la giornalista, Gaia Piccardi, sempre pronta a imbastire crociate contro mulini a vento, giusto per compiacersi un po'.
Sara' che io il calcio lo vivo dall'esterno (come la nostra Gaia, del resto).
Sara' che un articolo che prova a gettare fango sull'italia, sul calcio e su tutti, partendo da argomentazioni cosi' deboli non puo' fare altro che farmi girare un po' le palle.

Ma questo articolo mi pare, e dico mi pare, stia raccontandop di un mondo che non esiste.

Mi piacerebbe sapere quale sia il "peggio che gli puo' capitare qui" in italia. Rischia forse il linciaggio? Mah... Non mi pare ci sia questa moria di omosessuali, anzi, in TV sono normalmente invitati nelle trasmissioni.

Non capisco quando parla di Spagna, Inghilterra, Francia e Italia come territori del diavolo, dove i Gay sono male accolti, in contrapposizione alla Svezia, il loro paradiso. Dal momento che lei stessa ci dice che anche la viene insultato e che i suoi compagni di squadra in doccia ci ridono, ma stanno bene attenti a non far cadere la saponetta (ma che ne sa lei?).

E non capisco nemmeno perche' un giocatore di calcio Gay dovrebbe dichiarlo pubblicamente.
Mi sembra che della stragrande maggioranza dei calciatori si sappia poco o nulla della vita privata, e sinceramente, a me non interessa sapere se uno e' gay o meno. Si parla al massimo del matrimonio di quelli famosi, e se si mettono con una velina. Ma quanti sono calciatori che sono insieme ad una maestra di asilo e non hanno mai fatto outing? Razzismo verso di loro? Paura? No, semplicemente si fanno i cavoli loro, giustamente. A me non interessano queste cose. E penso a nessuno gliene freghi, sono cose che non dovrebbero uscire dallo spogliatoio.
Io da un calciatore mi aspetto che giochi bene, se e' milanista. Un po' meno bene se gioca in altre squadre. Il resto, no.

Non so perche' ho deciso di parlare di questo articolo. Probabilmente perche' mi ha dato un vivo fastidio questo parlare male un po' a caso dell'Italia, senza di fatto usare una argomentazione valida lodando e miticizzando la Svezia, che per carita' non ha nulla di male, ma mi pare che non sia poi questo paradiso assoluto.



PS: ma un giocatore professionista, non dovrebbe vivere dello sport che pratica? cosa va a farci alla Volvo?

PPS: E' davvero il primo calciatore gay dichiarato, in tutta europa, in tutte le serie, dal 98 ad oggi? Ho i miei dubbi... cioe', se vanno a pescarne uno che gioca nella II divisione svedese... statisticamente mi lascia perplesso

20 aprile 2011

Sottosviluppo arabo figlio della shari'a ?

Uno dei libri recenti più importanti per capire quanto sta succedendo in Medio Oriente è stato scritto prima che le rivolte scoppiassero. Ma le conclusioni sono profetiche.
«Con poche eccezioni – si legge nelle ultime pagine – i Paesi della regione non sono competitivi sui mercati globali dei prodotti e servizi industriali; le loro società civili sono troppo poco organizzate, e troppo represse, per fornire i contrappesi politici necessari a sostenere un regime democratico. Se i governi dittatoriali della regione dovessero magicamente cadere, lo sviluppo di un forte settore privato e di società civili potrebbe richiedere decenni». Così scrive l’economista statunitense di origine turca Timur Kuran, professore alla Duke University e uno dei maggiori studiosi mondiali di sociologia dell’economia, nel suo nuovo volume The Long Divergence. How Islamic Law Held Back the Middle East («La lunga divergenza. Come la legge islamica ha tenuto indietro il Medio Oriente», Princeton University Press, Princeton - Oxford 2011).
Kuran è noto ai sociologi per la sua teoria della falsificazione delle preferenze, secondo la quale il conformismo sociale spinge molti a esprimere un pubblico consenso a tesi di cui non sono intimamente convinti, creando illusioni ottiche che sono poi smentite da rivoluzioni impreviste – come quella iraniana del 1979, sorprendente per chi prendeva per buoni sondaggi sulla presunta popolarità dello scià – ovvero da risultati elettorali: quanti in Italia insistono che «nessuno dei loro amici vota Berlusconi», stupendosi poi dei voti che lo stesso Berlusconi raccoglie nelle elezioni? Il fenomeno di cui si occupa Kuran in questo volume è simmetrico alla falsificazione delle preferenze: il conformismo sociale spinge molti musulmani a ripetere la tesi secondo cui la legge islamica, la shari’a, sarebbe la soluzione di tutti i problemi dei loro Paesi, se solo i governi non fossero corrotti o poco islamici e la applicassero fedelmente. Ma – si chiede Kuran – se fosse il contrario? Se la shari’a non fosse la soluzione ma, precisamente, il problema?
Kuran è il contrario di un nemico dell’islam. Dal 1993 al 2007 è stato titolare all’Università della California del Sud della cattedra Re Feisal di studi islamici, finanziata dall’Arabia Saudita. Nel libro chiarisce infatti ripetutamente che non considera l’islam di per sé un fattore di sottosviluppo economico e culturale, e che la shari’a dei primi secoli islamici garantiva lo sviluppo dell’economia e del commercio in un quadro giuridico che non solo era superiore a quello dell’Arabia pre-islamica ma non sfigurava neppure al paragone con l’Europa del tempo. Cita gli studi dello storico dell’economia Angus Maddison (1926-2010) secondo cui nell’anno 1000 il Medio Oriente islamico contribuiva al Prodotto Interno Lordo (Pil) mondiale per il 10%, paragonato al 9% dell’Europa cristiana. Ma secondo lo stesso studioso nel 1700 la quota del Pil mondiale del Medio Oriente era scesa al 2%, meno di un decimo dell’Europa, che era arrivata al 22%.
Che cosa era successo nel frattempo? È nota la domanda dello storico Bernard Lewis sulle sconfitte militari islamiche che iniziano alla fine del secolo XVII e che nessuno nel mondo musulmano aveva previsto: «Che cosa è andato storto?». Kuran riformula la stessa domanda per l’economia. Le due risposte che Lewis rileva nel mondo islamico per la politica, applicate all’economia, sono per Kuran entrambe insoddisfacenti. La prima postula – appunto – che la decadenza dell’islam derivi dal suo allontanamento dalla shari’a. Ma la «divergenza» sfavorevole, il gap con l’Europa si manifesta prima che alcuni Paesi islamici – anzitutto l’Impero Ottomano – comincino ad adottare soluzioni giuridiche diverse dalla shari’a, non dopo. La seconda, al contrario, considera l’islam come particolarmente avverso al commercio e alla finanza, e cita come prova il divieto dell’usura. Al contrario, argomenta Kuran, lo stesso Muhammad (570 o 571-632) era un mercante, il Corano loda il commercio e il divieto dell’usura c’era anche nell’Europa cristiana del Medioevo. Né convince Kuran la terza spiegazione, terzomondista o marxista, secondo cui sono stati i colonialisti europei la causa del sottosviluppo mediorientale. I dati di Maddison non lasciano scampo: l’economia europea batteva dieci a uno quella del Medio Oriente già nell’anno 1700, prima del colonialismo e quando l’arretramento militare e territoriale dell’islam successivo al fallito assedio di Vienna del 1683 era appena iniziato. Queste sconfitte militari sono del resto – o così pensa Kuran – l’effetto e non la causa del ritardo economico.
Il problema principale che Kuran identifica è quello del diritto commerciale. La shari’a si occupa anche dei contratti di società, e le forme societarie che conosce per imprese commerciali sono varianti o analogie di quella che in Europa è la società in accomandita, in cui si associano soci accomandanti – che conferiscono capitale, ma non interferiscono nell’amministrazione della società – e soci accomandatari, che gestiscono di fatto la società. A seconda che gli accomandatari – cioè i mercanti – contribuiscano o meno anche loro capitale, e non solo lavoro, al pari degli accomandanti – cioè dei meri finanziatori – la shari’a parla di musharaka o di mudaraba.
Non si devono sottovalutare, insiste Kuran, i pregi di queste accomandite musulmane, che hanno funzionato egregiamente per diversi secoli. Tuttavia nella shari’a erano insiti fin dall’origine anche i loro problemi, irrilevanti in sistemi commerciali relativamente semplici, drammatici quando il commercio diventa internazionale e complesso. L’accomandita islamica può essere sciolta su richiesta di uno qualsiasi dei soci. Cosa più grave ancora, si scioglie quando muore un socio. Non gli subentrano automaticamente gli eredi, e anche se c’è l’accordo di questi ultimi per continuare – o meglio rifondare – la società le difficoltà pratiche sono enormi, perché un musulmano ricco ha diverse mogli e molti figli, e la shari’a impone – prima che questo avvenga in Europa – una distribuzione egualitaria delle quote ereditarie. È vero che la shari’a si applica necessariamente solo ai musulmani. I non musulmani che vivono in un Paese islamico possono sceglierla per i loro contratti, ma non sono obbligati a farlo. La pena di morte per l’apostasia, e i sospetti che gravano su chi si associa a un non musulmano come potenziale apostata, sconsigliano però le società fra i mercanti musulmani e i cristiani e gli ebrei che pure, liberi dai vincoli della shari’a, operano con grande successo nei Paesi islamici – un successo che è anche alla radice di secolari invidie e ostilità.
L’accomandita è una società di persone, non di capitali. La shari’a è di per sé ostile alla personalità giuridica concessa a entità che – per usare la formula, ripresa da Kuran, del giurista e uomo politico settecentesco britannico Edward Thurlow (1731-1806) – «non hanno corpi che possano essere puniti né anime che possano essere condannate». Con grande fatica sulla tradizionale base dell’accomandita s’inserisce nel mondo islamico l’idea di una responsabilità limitata dei soci, che è però cosa diversa da una responsabilità limitata della società. Questa non ha personalità giuridica e può sempre essere attaccata per i debiti di un singolo socio. Perfino quando nel 1851 il sultano turco Abdulmecit (1823-1861) fonda la prima società per azioni del mondo islamico, di cui egli stesso è il principale azionista, la società di trasporto marittimo Sirket-i Hayriye, questa presenta sì la grande innovazione delle azioni liberamente commerciabili, ma non ha personalità giuridica. I soci sono responsabili per i debiti della società solo nei limiti delle loro quote, ma la società resta responsabile senza limiti per i debiti dei soci.
Secondo Kuran è nel momento in cui gli affari si fanno internazionali e complessi, con la nascita della modernità, che un sistema di diritto commerciale che prevede soltanto variazioni dell’accomandita non può reggere. Prima le banche italiane, poi le compagnie coloniali inglesi e olandesi permettono a migliaia di imprenditori e investitori di mettersi insieme non per la durata della loro vita ma – vendendo e trasferendo quote e azioni – per secoli, realizzando progetti commerciali e industriali di lungo periodo che hanno bisogno della responsabilità limitata delle società e della forma della moderna società per azioni. Questa forma in Medio Oriente non si sviluppa fino al secolo XX: non per caso, ma perché la shari’a non la permette. E se su altri punti la shari’a è interpretata e aggirata – secondo Kuran l’efficacia del divieto dell’usura è sopravvalutata – la personalità giuridica delle società cozza contro il suo carattere individualistico e i suoi stessi principi fondamentali.
Per la verità, aggiunge Kuran, esistono in Medio Oriente istituzioni permanenti: nella forma del waqf, la fondazione pia costituita da un donatore per rendere servizi di pubblica utilità e di cui può nominare amministratore uno solo dei suoi discendenti, aggirando il principio dell’uguaglianza fra gli eredi. Ma il waqf, tuttora pilastro dell’economia dei Paesi islamici, dovrebbe servire in teoria a fini caritativi o pubblici, non di commercio privato. E – se dura nel tempo – è però rigido, perché le norme stabilite da chi lo ha costituito non possono essere cambiate dai successivi amministratori, che non ne sono i proprietari.
Nel secolo XX, naturalmente, le cose sono cambiate. Oggi in quasi tutti i Paesi del Medio Oriente ci sono società di capitali a responsabilità limitata, azioni, borse e grandi capitalisti. Gli stessi fondamentalisti islamici non protestano troppo, concentrando i loro strali sull’usura e sulle banche, le quali devono adottare misure cosmetiche per presentarsi come «banche islamiche» senza essere però nella sostanza troppo diverse dalle banche occidentali. In alcuni Paesi il lungo ritardo sembra essere in via di recupero. Il tasso di crescita dell’economia turca è più alto di quello di molti Paesi dell’Unione Europea.
Eppure, sostiene Kuran, la shari’a non ha smesso di fare danni. Anche se ci sono le società per azioni e le borse, rimane una mentalità ostile alla crescita di una società civile distinta dallo Stato, e una diffidenza nei confronti di istituzioni private di grandi dimensioni che sole possono opporsi a uno statalismo che ingenera fatalmente inefficienza e corruzione. La buona notizia per Kuran è che si può mantenere un’identità islamica – come proprio l’attuale Turchia dimostrerebbe – cambiando mentalità e marcia in campo economico e politico. La cattiva notizia, secondo l’economista, è che per uscire da questa mentalità ci vorranno decenni, e che non si comincerà neppure a venirne fuori se non si diffonderà la consapevolezza del «ruolo che la classica legge islamica ha avuto nell’impedire la modernizzazione organizzativa e nell’instupidire le imprese musulmane del Medio Oriente». Al contrario, nel mondo arabo «l’idea che responsabili del sottosviluppo siano gli stranieri continua a essere condivisa dalla maggioranza della popolazione, compresi gli stessi laicisti che pure considerano la legge islamica arretrata e obsoleta».
Con le rivolte mediorientali del 2011, scoppiate dopo che Kuran aveva finito di scrivere il suo libro – dove forse mancano una riflessione sul rapporto fra la la shari’a e la teologia che la sostiene, e un’analisi di quanto la legge islamica sia stata davvero rispettata nei comportamenti individuali e sociali (è questa la critica che, dal versante di un islam conservatore, rivolge a Kuran l’economista dell’Università di Brunei Shamin Ahmad Siddiqi) – i giovani di molti Paesi si sono ribellati contro gli effetti. Ma, finché manca un’identificazione delle cause, si può dubitare che le rivolte impostino davvero una soluzione del problema di un secolare sottosviluppo.

Fonte


19 aprile 2011

Intoccabile.

Obama come una scimmietta, è polemica 

Il fotomontaggio diffuso da una conservatrice dei Tea Party. Le organizzazioni per i diritti umani: è razzismo



MILANO - Barack Obama come un piccolo scimpanzè. Ha scatenato accese polemiche negli Stati Uniti il fotomontaggio che ritrae l'inquilino della Casa Bianca come una scimmia. E in molti hanno chiesto le dimissioni della repubblicana Marylin Davenport: membro degli ultraconservatori del Tea Party, è stata lei a far circolare via email il fotomontaggio. Più che esplicita la didascalia: «Ora si capisce perché non esiste certificato di nascita». Già da prima dell'elezione, esiste, infatti, una larga frangia di conservatori che mette in dubbio l'origine americana di Obama.
«È RAZZISMO» - La presidente della principale organizzazione per la difesa dei diritti dei neri americani, Alice Huffman ha condannato il fotomontaggio, ha chiesto le dimissioni della Davenport e ha affermato che «rappresentare il presidente degli Stati Uniti in modo diverso da un essere umano non può essere considerato che razzista». Investita dalle polemiche, lunedì sera la Davenport si è scusata, ma non ha rassegnato le dimissioni.

Fonte


Non so  voi, ma io ricordo decine e decine di queste:

Etc..
E basta andare su google e cercare per rendersi conto chi dei due e' piu' vittima di paragoni con le scimmie.
Ma non ricordo denuncie per razzismo a difesa di Bush.
Si sta forse intendendo che chi e' bianco e' piu' affine alle scimmie quindi e' legittimo sottolineare questa cosa? Si sta intendendo che se uno fa una vignetta su Bush la fa in virtu' di somiglianze mentali, mentre per Obama e' solo questione di colore? Oppure i repubblicani subiscono un trattamento i democratici un altro? Oppure un nobel per la pace non si puo' contestare in alcun modo?

Davvero, continuo a trovare assolutamente improbabile questa aura di intoccabilita' che sembra circondare Obama e ogni sua decisione.

18 aprile 2011

«In un buco nel terreno viveva uno Hobbit…»

In principio era lo Hobbit 

E così Peter Jackson ha deciso di tornare nella Terra di Mezzo. È stata un’avventura anche per lui, che di avventure se ne intende. Solo che in questo caso non si è trattato di affrontare draghi, stregoni e malefici, come nei romanzi di Tolkien, quanto piuttosto di vedersela con una più prosaica congiura di contenziosi sindacali, acciacchi di salute e imprevisti hollywoodiani assortiti. A ben vedere, tuttavia, un tocco squisitamente tolkieniano c’è, ed è quello dell’eroe in lotta con le proprie paure. Sì, perché dopo lo straordinario successo dei tre film tratti dal Signore degli Anelli, arrivati nelle sale fra il 2001 e 2003, il regista neozelandese proprio non se la sentiva di tornare a misurarsi con l’epica visionaria di Tolkien. Certo, c’era la possibilità di portare sullo schermo Lo Hobbit, che del Signore degli Anelli costituisce l’antefatto, ma Jackson avrebbe preferito riservarsi il ruolo del padre nobile, sovrintendendo alla produzione e lasciando al messicano Guillermo del Toro il compito di dirigere film.

Ma del Toro ha rinunciato e a quel punto Jackson ha deciso di rimettersi dietro la macchina da presa, nonostante un intervento chirurgico per ulcera perforata e a dispetto dei grattacapi causati dalle rivendicazioni delle maestranze neozelandesi. Come già Il Signore degli Anelli, infatti, anche Lo Hobbit sarà girato nel Paese natale di Jackson. E anche in questo caso le riprese avverranno in un’unica soluzione, portando però alla realizzazione di due film che arriveranno nei cinema a un anno di distanza l’uno dall’altro, rispettivamente nel 2012 e nel 2013.

Attenzione, però, perché Lo Hobbit non è affatto il prequel del Signore degli Anelli, come si sente ripetere da quando, lo scorso 21 marzo, è scattato il primo ciak. Un prequel ci racconta che cosa è successo prima di una storia che già conosciamo. È un’operazione che si svolge, paradossalmente, a posteriori e che ha ben poco di originario (il che non le impedisce di essere originale). Lo Hobbit, invece, è un inizio. Un vero inizio. Al punto che Il Signore degli Anelli fu considerato per un certo periodo dagli editori, e dall’autore stesso, come «il nuovo Hobbit». La storia comincia nel 1937, quando John Ronald Reuel Tolkien, stimato filologo di Oxford, dà alle stampe un libro in cui le sue ricerche sulle antiche mitologie nordiche si intrecciano con i racconti destinati alla cerchia domestica.

Il protagonista è, appunto, uno Hobbit, un "mezzuomo", creatura caratteristica dell’immaginaria Contea che l’autore sceglie come sfondo della sua creazione. Il piccolo eroe si chiama Bilbo Baggins e, se fosse per lui, non avrebbe alcuna intenzione di girare il mondo. Ma un bel giorno si mette al seguito del mago Gandalf ed ecco che arrivano i draghi, gli incantesimi e, più che altro, l’Unico Anello, di cui il buon Bilbo entra in possesso in modo che sembrerebbe casuale e che invece, secondo alcuni critici, chiama in causa direttamente la Provvidenza, la protagonista innominata dell’intera opera di Tolkien.

È la convinzione espressa, per esempio, da Giovanni Cucci e Andrea Monda nell’interessante L’arazzo rovesciato (Cittadella, pagine 182, euro 12,80), un saggio sull’«enigma del male» che dedica molta attenzione al mondo immaginario del Signore degli Anelli. A differenza degli altri "custodi" che si susseguono nel possesso del monile magico, infatti, Bilbo è l’unico che accetta di disfarsene volontariamente, affidandolo al nipote Frodo e rendendo così possibile il percorso di redenzione che dalla Compagnia dell’Anello giunge fino al Ritorno del Re, passando per Le due torri.

Nei film già diretti da Jackson il ruolo di Bilbo anziano era stato affidato a Ian Holm, l’attore britannico che in precedenza aveva interpretato Frodo in una fortunata riduzione radiofonica dei romanzi di Tolkien. Ora, invece, la parte del giovane Bilbo sarà ricoperta da Martin Freeman, finora conosciuto per alcune serie televisive targate Bbc, come The Office e la recente rivisitazione ipertecnologica dei classici di Conan Doyle, Sherlock, dove Freeman impersona il proverbiale dottor Watson.

Anche nel nuovo Hobbit cinematografico (esiste già un cartone animato degli anni Settanta e anche in Italia circola da tempo una bella versione a fumetti, edita da Bompiani) la tecnologia avrà una funzione fondamentale, che culminerà nell’utilizzo del 3D. Eppure la vera meraviglia che la storia riserva è un’altra e sta tutta nella frase che Tolkien scrisse, un po’ per gioco, nella pagina lasciata in bianco da un suo studente: «In un buco nel terreno viveva uno Hobbit…».



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In ogni caso, non andro' a vederlo. Io ho gia' il mio.

16 aprile 2011

Inventarsi disturbi per vendere piu' farmaci. Etico.

1) Gb: i preadolescenti incerti sulla loro identità potranno scegliersi il sesso.  Una clinica autorizzata dal servizio sanitario a somministrare una cura chimica a 12enni

MILANO - Che sesso preferisci? Questa domanda potrà essere rivolta ai bambini e alle bambine britanniche incerte sulla loro identità sessuale. In Gran Bretagna una clinica del servizio sanitario nazionale è infatti stata autorizzata a somministrare iniezioni mensili a bambini di 12 anni per bloccare la pubertà.
LA CURA - A ricevere la cura saranno ragazzini confusi sulla loro identità sessuale di modo che possano fare una scelta oculata prima che nel loro organismo compaiano tratti spiccatamente maschili o femminili. La decisione del National Research Ethics Service di dare luce verde alla terapia presso l'unico centro del Regno specializzato nella cura dei «disordini di identità di genere» è stata presa nei giorni scorsi e oggi nè dà notizia il quotidiano britannico Daily Telegraph. La clinica presso cui verrà applicata è il Tavistock and Portman NHS Trust di London, l'unica che accetta i casi di ragazzi nati con organi sessuali di un sesso ma che si identificano con l'altro. Il «disco verde» alle iniezioni, legali in altri paesi, ad esempio gli Stati Uniti, ha provocato polemiche: a favore chi sostiene che il blocco dell'età adulta aiuterà a prevenire la montagna di problemi psicologici che deve affrontare un maschietto che si «sente» femmina quando ad esempio comincia a cambiare voce; contrari invece quanti pensano che la terapia impedisce ad adolescenti e preadolescenti di superare il senso di confusione senza doversi sottoporre a cure chimiche.

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2) Quest'età è differente dall'adolescenza vera e propria, poiché in teoria i cambiamenti fisici (dovuti agli ormoni risvegliati nel corpo) cominciano appena ad accennarsi. L'adolescenza è l'età in bilico tra l'infanzia e l'età adulta, invece la preadolescenza è l'eta in bilico tra l'infanzia e l'adolescenza.
Il preadolescente è poco più di un bambino, caratterialmente pensa come un bambino, le caratteristiche che lo differenziano da esso fisicamente sono l'altezza un po' più sviluppata dei suoi coetanei e un leggerissimo accenno del seno nelle femmine.
Egli si rende conto che sta cambiando e cerca di ignorare finché può questi cambiamenti che lo possono angosciare brevemente se sono improvvisi.
Quest'età comunque è molto breve, poiché dopo questi piccoli cambiamenti il corpo continua a cambiare sempre più velocemente e l'arrivo del menarca nelle femmine e dello spermarca nei maschi segnano la fine della preadolescenza e l'inizio dell'adolescenza vera e propria.

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Sara' che mi sono sorbito fior di serate e di incontri sull'educazione degli adolescenti e dei pre-adolescenti, ma mi sembra surreale.
Impedire artificialmente lo sviluppo sessuale di un bambino, usando come scusa la sua ovvia confusione mi pare che non sia la mossa migliore per aiutarlo a crescere.

Quanto volete che ne capisca un preadolescente in fatto di sessualita'? Si sta preparando ad un bombardamento di androgeni/estrogeni come (quasi)mai prima.
Mi pare piu' che normale che si faccia delle domande. Piu' che normale che abbia paura. Piu' che normale che sia confuso. Piu' che normale che abbia dei dubbi.
E tu, ad un preadolescente confuso che non sa cosa fara' da qui a tre ore, gli metti in mano la sua vita e ti aspetti che scelga la cosa giusta?
Gli metti in mano il suo futuro e ti aspetti che non si caghi in mano?

Non si puo' essere cosi' idioti da credere di agire per il suo bene in questo modo.
Si puo' ragionare cosi' per lucrarci e il discorso fila.
Si puo' ragionare cosi' per avere un qualunque altro scopo, e la cosa puo' stare in piedi.
Ma se mi si dice che lo si fa per il loro bene e per aiutarli, e non si e' idioti, si sta mentendo spudoratamente  e sfacciatamente.
E si sta giocando con la vita di altre persone. Di bambini.


Questi hanno 6 anni in meno di Ruby...

Si sostiene che una piu' che diciassettenne non possa decidere con chi fare sesso.
Ma si sostiene che un dodicenne possa coscientemente prendere una decisione sulla propra sessualita'.

Delle due una.

Non so voi, ma la cosa mi lascia perplesso.
Io ovviamente sono piu' propenso a sostenere la prima delle due.






PS: Un dodicenne e' un 99. Avete in mente un ragazzino del 99 ? Avete in mente voi stessi in prima media?

PPS: Ruby era per fare un esempio. Metteteci chi volete.

PPPS: Si, quello nella foto e' un dodicenne.

15 aprile 2011

Son tutti froci cor culo dell'artri - Parte II

Nimby, gli italiani
si scoprono anti-rinnovabili


Aumento delle proteste soprattutto per le centrali a biomasse: «Vengono scambiate per inceneritori»




MILANO – E a pensare che sono nate da un'idea di Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, che da sempre è un fervente sostenitore delle centrali a biomasse, perché producono energia da materiali di origine organica senza aumentare l'anidride carbonica presente nell'aria. Ma ad essere guardati con sospetto, scontando gli effetti perversi provocati dalla cultura Nimby (not in my back yard, «non nel mio giardino») ora sono anche gli impianti eolici (sono 29 le contestazioni riscontrate nel 2010) e fotovoltaici (nove manifestazioni di protesta da parte di comitati di varia estrazione nell'anno passato). L'INDAGINE – A rivelarlo l'Osservatorio Nimby, il termometro delle contestazioni ambientali in Italia, promosso dall'istituto di ricerca Aris. Che mette subito in risalto come la nascita di fenomeni spontanei, la creazione di comitati in seno alla società civile, spesso la sponda dei partiti politici, stia aumentando anno per anno la massa critica (e la capillarità sul territorio) delle contestazioni in materia ambientale. Nell'occhio del ciclone soprattutto il settore elettrico (il 58% del monte complessivo dei fenomeni di agitazione provengono da qui), a seguire i rifiuti (nel 32,5% dei casi) e molto di meno – e questo è un paradosso – le infrastrutture (5,3%) e gli impianti industriali (4,1%), quelli che teoricamente presentano un maggiore impatto ambientale.
LE RAGIONI – Popolo disinformato o semplicemente animato da una smania di rivalsa nei confronti di una classe politica che percepisce distante? Oppure una patria di sobillatori pronti a contestare ogni progetto sul territorio? Dice Alessandro Beulcke, presidente Aris, che il tutto è frutto di una serie di concause: «poca comunicazione, media disinformati, aziende reticenti, scarsa partecipazione ai progetti e soprattutto politica del consenso a breve termine». Se i corpi intermedi non svolgono il ruolo di depositari delle richieste dal basso e finiscono per canalizzare il dissenso, colpa è anche della poca conoscenza riguardo all'impatto ambientale degli impianti. Scrive il report di Aris che «le centrali a biomasse vengono confuse con gli inceneritori e la logica della contestazione tout court colpisce soprattutto i progetti ancora da realizzare (nel 62,8% dei casi, ndr.), spesso in attesa di ricevere le autorizzazioni necessarie o addirittura al mero stato di ipotesi».
LA POLITICA – Il termine chiave qui è Nimto (Not in my term of office, «non durante il mio mandato elettorale»), il trionfo del consenso a breve termine: sono sempre più i movimenti politici sul territorio a strumentalizzare la sindrome Nimby per fini elettorali. Ingolfando così la macchina amministrativa e provocando una serie di veti incrociati tra gli enti pubblici interessati alla realizzazione di un'opera in una determinata comunità. E se nella percezione dell'opinione pubblica i campioni del dissenso sono da sempre movimenti ambientalisti e no-global (culturalmente più vicini alla sinistra, per questo definita antagonista) la ricerca Aris finisce per smentire anche quest'ultimo luogo comune: le giunte comunali di centro-destra sono contrarie percentualmente quasi come quelle di centro-sinistra (19,1% contro 20,8%). Ma i campioni del Nimby sono soprattutto le liste civiche, che nascono trasversalmente agli schieramenti e alle ideologie e finiscono per polarizzare la protesta, sedimentando le spinte carsiche provenienti dalla società civile.


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Siamo pieni di soluzioni che restan tali solo se le osserviamo da lontano.
Quando si avvicinano di tot kilometri ecco la metamorfosi. Problemi.
Salvo poi compiere la metamorfosi in senso inverso appena raggiungono una adeguata distanza.



Un fenomeno che ha del magico.