Sotto l’azzurro fitto
del cielo
qualche uccello di mare se ne va

né sosta mai
perché tutte le immagini portano scritto

“più in là!”




.

"Io dichiaro la mia indipendenza. Io reclamo il mio diritto a scegliere tra tutti gli strumenti che l'universo offre e non permetterò che si dica che alcuni di questi strumenti sono logori solo perché sono già stati usati"

Gilbert Keith Chesterton



12 marzo 2012

We Will Fight War.

KONY 2012

Dubbi e perplessità.

1) Sembra che prima di Kony in Africa fosse tutto fragole e panna, e che dopo Kony tornerà ad essere fragole e panna.

2) Mi scandalizza il successo che ha questo video che sembra essere davvero una novità, una cosa mai vista prima. Dovrei credere che davvero abbia successo perchè per molti la realtà è una novità?

3) Cosa principale. Nel video sostanzialmente Invisible Children richiede di sesibilizzare l'opinione pubblica per favorire la rimozione di Kony.
Mi chiedo io, ma secondo gli 80milioni di persone che condividono e divulgano, come pensate che Invisible Children voglia "rimuovere" Kony? Offrendogli un soggiorno a vita da qualche parte nei Caraibi?
Mi pare che il video chieda sostanzialmente un intervento degli USA.

Quindi:
4) Esistono guerre giuste?



Ah, già, poi anche perchè:
La motivazione che ha spinto Obama ad inviare le truppe in Uganda addirittura 24 anni dopo la nascita dello LRA (tenuto inoltre conto che il gruppo ha perso gradualmente il suo potenziale offensivo e si stima che attualmente Kony controlli solo 200/400 guerriglieri) può essere letta alla luce di un rinnovato interesse da parte degli USA alla regione centrale dell’Africa, nell’ottica di una stabilizzazione della regione e, soprattutto, di una diminuzione della crescente, anche su questa scacchiera, influenza di Shabaab. Le milizie somale, affiliate dal 2007 al network qaedista, infatti potrebbero rappresentare il vero obiettivo del dispiegamento di truppe americane nel nord dell’Uganda. Non a caso, l’invio delle truppe statunitensi è avvenuto simultaneamente all’inizio dell’intervento militare del Kenya in Somalia per combattere gli Shabaab (16 ottobre); l’amministrazione USA potrebbe aver quindi beneficiato di tale situazione favorevole per dispiegare il proprio contingente.
Negli ultimi anni, le attività delle milizie Shabaab anche al di fuori del territorio somalo (nel luglio 2010, un duplice attacco suicida ha causato la morte di 76 persone a Kampala, in Uganda), a cui si aggiunge l’instabilità politica ed economica dell’intera regione, hanno reso l’organizzazione islamista una delle principali minacce alla sicurezza del Corno d’Africa.
In questo ambito, l’obiettivo ultimo della decisione Obama potrebbe rispondere ad esigenze connesse alla sicurezza nazionale statunitense, cercando di evitare che sia gli Shabaab che gli elementi del panorama somalo connessi ad al-Qaeda possano rendersi protagonisti di ulteriori attacchi.
Ma va bene così.
Se il grand' Obama comanda,
Facciam la guerra a Libia e Uganda.



Andate al minuto 17:06 del video.


Marionette soldato.

07 marzo 2012

Il coraggio di essere

"La vera festa della donna è il coraggio di essere donna e di imporsi come tale ogni giorno, infischiandosene del giudizio. Sostiene «non del tutto a torto» (ormai parlo come Monti, scusate) una mia cara amica: il mondo avido e violento di voi maschi etero ha miseramente fallito, ora tocca a noi donne e ai gay costruirne uno più umano."



Direi che da maschio etero avido e violento(e anche insensibile e cafone) delle parole di Gramellini me ne infischio.
Però da maschio etero la cosa un po' mi infastidisce.
In pratica le donne devono essere donne ogni giorno, imponendosi(?) come tali.
Mentre gli uomini non va bene che siano tali(sono avidi e violenti) ma dovrebbero essere checche.
E la parità dei sessi?
Ovvero, un uomo non dovrebbe essere uomo ogni giorno imponendosi(?) come tale? Esattamente come vale per le donne?
A quanto pare no.
Perché uomo maschio è sinonimo di avidità e violenza.

Eppure Gramellini fino alla fine sembrava portare avanti un pensiero ragionevole.
La donna torni a fare la donna, che abbia priorità da donna, ruoli da donna, sia se stessa, non una copia di un uomo.
Poi con un salto mortale doppio male eseguito atterra di faccia e combina l'irreparabile.
L'uomo la smetta di fare l'uomo.
Incappando nello stesso errore che ha denunciato poche parole prima ma a parti inverse.

Ma un mondo dove ciascuno è libero di essere pienamente se stesso e di compiersi nella verità di se non è sufficientemente umano?
È necessario eliminare una categoria di uomini, i maschi eterosessuali, per essere più umani?



Le donne siano donne, gli uomini siano uomini e per carità, i gay siano gay.
Non col mio culo.

06 marzo 2012

A proposito della vicenda Hack-Parrocchia.

Da quel che mi pare aver capito della vicenda, comune e parrocchia hanno stipulato un contratto per l'utilizzo del teatro.
L'edificio è di proprietà della parrocchia, ma ospita eventi organizzati dal comune. È evidente che un paese di 6000 e rotti abitanti non si possa concedere il lusso di due strutture, per cui una ce n'è e con quella ci si arrangia e fino all'altro ieri le cose andavano sufficientemente bene.
Il comune può organizzare qualunque tipo di evento? No. Nel contratto esiste la clausola per cui se un evento è contrario alla dottrina della Chiesa la Parrocchia può rifiutarsi di ospitarlo (o così almeno pare).

L'assessore organizza questo evento, riesce ad invitare addirittura Margherita Hack, astronoma, per presentare il suo libro di bioetica che del tratta testamento biologico.
L'assessore organizza questo evento Venerdì 6 Aprile.

La Parrocchia si oppone, in quanto trova che l'evento rientri tra quelli che la clausola gli concede di rifiutare e in quanto il giorno scelto per l'evento è proprio Venerdì Santo, uno dei giorni più densi di significato e di passione per i Cattolici. Più del Natale o dell'Epifania, per intenderci. Una giornata dove normalmente ogni parrocchia sospende tutte le attività per permettere a tutti i parrocchiani di partecipare alle celebrazioni. Oratori chiusi, bar chiusi, incontri sospesi e, guardacaso, cinema e teatri chiusi.

La notizia fa il giro del mondo: censura!


La posizione della Parrocchia a mio avviso è legittima per entrambe le motivazioni.
La più ovvia è quella della data. Mi pare sacrosanto che una struttura di proprietà della parrocchia resti chiusa quel giorno. Ora, non conosco bene i dettagli di quel particolare teatro, ma posso fare un paragone con il cineteatro S. Luigi di Concorezzo. Il programma della  stagione è stato definito da inizio stagione, come logica impone, e tutte le date di teatri e proiezioni sono già programmate e definite da tempo. Suppongo che gli eventi del comune si infilino nei buchi o che ci siano giorni definiti per gli eventi o che comunque ci si metta d'accordo per tempo e un mese prima non mi pare sia "per tempo". Suppongo, non ho letto il contratto.
Se quel Venerdì era libero forse è perché il teatro aveva intenzione di stare chiuso, esattamente come il cinema di Concorezzo che non ha in programma nessuna proiezione e lo ha definito da Settembre.
In ogni caso si poteva scegliere un altro giorno, non mi pare che la Hack abbia particolari premure. Si poteva anticipare o posticipare. Curioso che l'assessore non abbia pensato a questo. Dopotutto bastava un colpo di telefono ai gestori del cinema(sono 6000 abitanti, vuoi che non si conoscano? L'assessore alla cultura(mi pare) e il gestore del cinema? ma va la...)
Inoltre parrebbe che i gestori del teatro ne siano venuti a conoscenza solo il 26 Febbraio e solo leggendo la locandina dell'evento su un giornale locale.


Più controversa, forse, è l'altra questione.
La presentazione dei un libro è un evento in contrasto con la Dottrina della Chiesa? No.
La presentazione di un libro di Margherita Hack è un evento in contrasto con la Dottrina della Chiesa? No. *
La presentazione di un libro di bioetica è un evento in contrasto con la Dottrina della Chiesa? No.
Ma allora?
Allora: sappiamo che questo personaggio, simpatico e un po' tenero non si è mai risparmiato esternazioni poco tenere sul Vaticano e sulla Chiesa. Intolleranti, bigotti, oscurantisti, etc...
Possiamo dire che parte della sua fama le derivi proprio da questa sua poca tolleranza della Chiesa.
Ma allora la Chiesa è intollerante e poco aperta al dialogo, anzi, rifugge ogni confronto da chi la pensa in modo diverso?
Direi di no, come sempre fa più notizia un albero che cade che una foresta che cresce. E i media si sa han bisogno di rumore.
Ma allora almeno QUEL parroco, non la Chiesa tutta, è intollerante?
Nemmeno.
Probabilmente QUEL parroco semplicemente non aveva intenzione di avere come ospite QUEL giorno QUELLA persona.



Postilla.
Ovvero la versione di Leo della questione:

la Hack ha scritto un libro che nessuno si fila.(E' una astronoma, che scrive di bioetica, forse non la persona più preparata in merito...).
Se si organizzasse la presentazione in un teatro con più di 200 posti in una paese con più di 6000 anime ne verrebbe fuori una sala semideserta, un flop.
Allora che si fa? Si cerca una sala parrocchiale di un paese sperduto, magari con qualche clausola che ci permetta di gridare "all'inquisizione, all'inquisizione", si fissa la data il Venerdì Santo, giusto per essere sicuri.
Si aspetta il normale rifiuto.
Si monta un caso.
Si fa sapere a tutti che la Hack ha scritto un libro.
Si attende che un teatro più grande si offra di accogliere l'evento, a spese proprie.
Si osserva compiaciuti la sala di 600 posti gremita.
Gli editori gongolano.
Mi pare buon marketing.

Se quanto sopra NON vi sfagiola, chiedetevi come mai la Hack si sia trovata costretta a cercare un buco nella programmazione di un teatro di un paesello di 6000 persone.
Sinceramente, fosse una delle menti più brillanti che abbiamo in Italia, non avrebbe potuto ambire a palchi un filino più prestigiosi?


* In effetti, a ben guardare sembra proprio che la Hack, se c'è possibilità di insultare i credenti  pare non si faccia troppe remore.

25 febbraio 2012

Carnevale oggi.

Quaresima domani.

Mi chiedo però che senso ha festeggiare il primo senza la seconda.
40 per cosa?
40 giorni per chi?


22 febbraio 2012

Poco prolisso come sempre... ma va bene così.

Il prof. Paolo Tortora è professore ordinario di Biochimica presso l’università di Milano Bicocca, dove è anche Coordinatore del Dottorato in Biologia. È referee per alcune riviste scientifiche internazionali e collabora con l’Istituto Iinserm U710 di Montpellier (Francia). Ha cortesemente risposto così a due nostre domande:

“Prof. Tortora, la teoria di Darwin ha secondo lei la capacità di negare l’esistenza di un Creatore, così come insegnato dalla teologia cristiana? Può eventualmente contribuire in qualche modo alla riflessione teologico-filosofica?”
«Questa domanda rimanda a una problematica più generale: vale a dire se l’osservazione della realtà, e in particolare di alcuni suoi aspetti, possa dare un’indicazione, parziale o conclusiva, in merito all’esistenza e alla natura di una realtà trascendente. Come è universalmente noto, si tratta di un problema che accompagna la riflessione umana fin dalla più remota antichità. In epoche più recenti, lo straordinario sviluppo scientifico occorso soprattutto a partire dal XIX secolo ha fatto da propulsore a correnti di pensiero che, di pari passo che si approfondiva la comprensione delle leggi che governano il mondo fisico, arrivavano nella sostanza a negare ogni dimensione trascendente. Il concetto di fondo sotteso a queste concezioni è che la religione sia un surrogato all’ignoranza, ossia un tentativo umano di dare ragione di ciò che nella realtà materiale risulta ancora incompreso. Stando a questa visione, il movente originario del senso religioso non sarebbe l’interrogativo circa il mistero entro cui l’intera realtà è racchiusa, ma l’esigenza di dare spiegazioni opportune agli interrogativi circa il mondo visibile. Da tali presupposti discende come conseguenza necessaria che la visione religiosa debba arretrare di pari passo che si incrementa la conoscenza scientifica.
In un contesto culturale europeo che era già in parte orientato in tal senso, nel 1859 Darwin pubblica la sua opera principale (denominata sinteticamente “L’origine delle specie”). Non mi sembra questa la sede per delineare nel dettaglio la teoria darwiniana. È tuttavia indispensabile menzionarne almeno gli aspetti essenziali come premessa alle riflessioni che seguiranno. Darwin asseriva che nelle specie biologiche si genera un’ampia variabilità dei caratteri (la cui reale genesi gli era comprensibilmente ignota, date le conoscenze dell’epoca), che i singoli individui sono continuamente in lotta per la sopravvivenza all’interno e all’esterno della specie, e che sopravvivono solo i più adatti, vale a dire quelli le cui caratteristiche fisiche li rendono più adatti a procurarsi le risorse necessarie per la vita e a sottrarsi agli attacchi dei predatori (in termini più moderni potremmo dire: gli individui che possiedono le mutazioni più adatte allo scopo). Tali individui otterrebbero un vantaggio riproduttivo propagando il loro patrimonio genetico. Ciò spiegherebbe sia la trasformazione di una specie in un’altra come adattamento a variate condizioni ambientali, sia la divergenza delle specie, vale a dire la genesi di due specie da una sola, che può aver luogo a seguito della segregazione degli individui della stessa specie in due popolazioni distinte che, come conseguenza, potrebbero evolvere indipendentemente.
Questo detto, è sommamente opportuno precisare, prima di ogni riflessione critica in merito, che l’evoluzione biologica è un dato stabilito dalle attuali conoscenze scientifiche al di là di ogni ragionevole dubbio. Questa semplice osservazione preliminare intende mettere al riparo di grossolani equivoci che purtroppo ancora oggi così spesso confondono il dibattito a questo riguardo. La teoria evoluzionistica darwiniana non è infatti sinonimo di evoluzione, talché le possibili critiche alla teoria dello scienziato britannico debbano necessariamente essere classificate come negazioni dell’evoluzione biologica. Come ben sappiamo, fin dall’inizio le discussioni attorno alla teoria darwiniana furono accesissime e ancora oggi non hanno cessato di esserlo. Soprattutto sono due gli aspetti attorno ai quali ruota il dibattito. Uno, di carattere generale è il principio secondo il quale il mondo biologico è dotato di una intrinseca capacità di evolvere, ultimamente governata da dinamiche puramente immanenti e apparentemente casuali. L’altro, più specifico (che soprattutto gli inizi incontrò uno sdegnato rifiuto), consegue dagli aspetti generali della teoria, ed è il concetto che “l’uomo discende dalla scimmia” (in realtà, si dovrebbe dire più correttamente, che l’uomo discende da specie le cui caratteristiche fisiche e cognitive erano comparabili a quelle delle attuali scimmie antropomorfe).
Nell’ambito di varie confessioni cristiane sorse inizialmente un rifiuto, per delle ragioni ultimamente sostenute dal concetto che in base alla rivelazione fosse possibile stabilire anche le modalità di intervento di Dio nel mondo naturale. Se inserita nel contesto culturale dell’epoca, la reazione di rifiuto era comprensibile, in quanto la teoria darwiniana introduceva indubbiamente degli elementi di rottura, soprattutto in relazione all’approccio metodologico su cui si basava (ma non del tutto quanto ai contenuti, dato che il concetto di evoluzione biologica è ben più antico di Darwin). D’altra parte, il pensiero materialista brandì la teoria di Darwin come un’arma per sbaragliare ogni credenza religiosa, fondando questa pretesa su diverse motivazioni. Da un lato la teoria (o più propriamente: l’evidenza dell’evoluzione biologica che divenne chiara con Darwin) dimostrava effettivamente la insostenibilità dell’interpretazione letterale della Bibbia. Molto di più, la posizione culturale materialista faceva leva sul concetto che la teoria darwiniana rendeva superfluo il ricorso a un principio trascendente per giustificare la comparsa del mondo biologico e soprattutto dell’uomo. In una parola, essa sembrava espungere dal mondo ogni intervento soprannaturale. Non denominerei darwinismo questa posizione culturale, ma piuttosto ideologia darwiniana. Non è inutile osservare, a questo riguardo, che lo stesso Darwin nell’opera sopra citata osservò: “Non vedo nessuna ragione valida sul fatto che le teorie sostenute in questo volume possano urtare la sensibilità religiosa di qualcuno” (bisogna anche dire che nel corso degli anni egli si allontanò progressivamente dalla fede). Se ci si riflette, le due posizioni culturali sopra delineate (quella dei credenti e quella dei materialisti), sono basate su errori uguali e contrari, in quanto entrambe promanano dalla presunzione di poter definire le modalità di intervento di Dio nel mondo, entrando persino nel merito delle leggi naturali. Più specificamente, la posizione materialista sembra stabilire in modo molto perentorio un “a priori” per quanto riguarda ciò che è incompatibile con l’esistenza di un Creatore benefico e ciò che non lo è. Lo stesso Darwin poco dopo la pubblicazione della sua opera scriveva, commentando un caso ben noto di parassitismo nel mondo animale: “Non riesco a persuadermi che un Dio benefico e onnipotente abbia volutamente creato gli Icneumonidi con l’espressa intenzione che essi si nutrano entro il corpo vivente dei bruchi”. È evidente che in qualche senso siffatte posizioni “dettano le condizioni a Dio”, stabilendo in anticipo quale debba essere la fisionomia di un Ente creatore. Questa stessa osservazione mette in risalto, a mio avviso in modo conclusivo, che il problema si situa a un livello metodologico inaccessibile alla conoscenza e al metodo scientifico in quanto tali: infatti, non potrà essere certo la scienza a stabilire la natura dell’Ente Creatore.
In ogni caso, basterebbe rifarsi alla storia del pensiero fino ai nostri giorni, rilevando così che anche tra gli scienziati si sono sempre annoverati tanto i non credenti quanto i credenti, mentre quando si tratta di teorie scientifiche, la comunità scientifica finisce presto o tardi per far proprie quelle indiscutibilmente avvalorate dalle evidenze sperimentali. Anche solo questa elementare osservazione rende evidente che in materia di trascendenza il solo approccio scientifico è intrinsecamente incapace di portare a qualsiasi conclusione. Ciò nondimeno, non è mancato chi in tempi recentissimi ha asserito letteralmente: “Le ragioni per non credere non vogliono essere argomentazioni filosofiche compatibili con o dedotte da conoscenze scientifiche, bensì “ragioni scientifiche” tout court, perché le scienze naturali sono l’unica sorgente di conoscenza attendibile sul mondo” (T. Pievani – “La vita inaspettata”, 2011). Qui è del tutto evidente, a mio parere, il corto circuito logico, laddove l’asserto principale (“le scienze naturali sono l’unica sorgente di conoscenza”) è un a priori che non deriva certo dalla sperimentazione scientifica!
Per quel che riguarda il merito della teoria darwiniana, non mi è possibile entrare nel dettaglio (è ben chiaro che ciò richiederebbe uno spazio smisurato). Mi limiterò quindi ad alcune brevi osservazioni.
Indiscutibilmente, la fortuna della teoria è legata anche alla sua struttura concettuale apparentemente semplice, che la rende comprensibile a chiunque, e al contempo la rende potenzialmente capace di rendere conto di una complessità di fattori; d’altro canto, il suo successo paradossalmente discende anche dal fatto che è ben difficile se non proprio impossibile verificarla o falsificarla in senso metodologico, come invece accade nel caso delle ordinarie teorie scientifiche. Verificabilità o falsificabilità significa infatti avere a disposizione un sistema sperimentale sul quale sia possibile intervenire, sottoponendolo a condizioni definite a piacere dallo sperimentatore, ed effettuare successivamente delle misure in tali condizioni, valutando infine se i risultati siano in accordo con la teoria medesima. È evidente che ciò non è attuabile in questo contesto specifico, e come conseguenza la teoria risulta difficilmente attaccabile sul piano sperimentale. Detto questo, non sorprendentemente la teoria darwiniana è soggetta a limiti notevoli, se si pensa a quanto esigue fossero le conoscenze dell’epoca in materia di biologia: praticamente nulla era noto circa i meccanismi molecolari di immagazzinamento dell’informazione genetica, della sua trasmissione e delle funzioni biologiche fondamentali. Senza la pretesa di dare una elencazione esaustiva, tra i problemi aperti posso citare a titolo esemplificativo, la difficoltà concettuale nell’immaginare la generazione di strutture straordinariamente complesse a partire da organismi molto semplici per graduale accumulo di mutazioni; oppure l’esistenza di strutture corporee alle quali è virtualmente impossibile assegnare un significato adattativo. Ma più sostanzialmente, in tempi recenti più voci hanno messo in evidenza l’ipotesi che il reale propulsore dell’evoluzione non sarebbe la pressione ambientale ma una dinamica evolutiva interna agli organismi (si veda in particolare il libro di Jerry Fodor e Massimo Piattelli-Palmarini: “What Darwin got wrong”; edito in Italia da Feltrinelli). Non voglio entrare in questa sede nel merito di tali critiche e delle problematiche ad esse correlati: con ciò voglio semplicemente dire che la teoria di Darwin dovrebbe essere criticabile come qualsiasi altra teoria scientifica, in una sana dialettica solo tesa ad approfondire sempre di più la verità. Sembra invece che chi ha l’ardire di muovere critiche siffatte si renda colpevole di “lesa maestà” (così è stato anche nel caso del libro citato), e quasi invariabilmente viene gratificato dell’epiteto di creazionista. Questo clima ancora oggi così “surriscaldato” lascia chiaramente intendere che uno dei moventi del dibattito sul darwinismo non sia puramente scientifico, ma chiami in causa una visione complessiva della realtà.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda (“Può la teoria di Darwin eventualmente contribuire in qualche modo alla riflessione teologica-filosofica?”), le riflessioni che ho riportato sopra mettono in evidenza che la teoria ha di fatto contribuito a tale riflessione. Non ho gli strumenti per sviluppare in modo dettagliato le problematiche che sono associate alla domanda postami, in quanto la teologia e la filosofia non sono il mio ambito di competenza; tuttavia posso dire che a questo riguardo si osserva una dinamica riscontrabile anche in molti (se non tutti) gli altri ambiti della conoscenza scientifica. Vale a dire, a seconda della attitudine personale le reazioni degli scienziati (ma potrei dire anche di ogni uomo) sono state le più disparate. Questo è evidentemente la conseguenza della condizione di “penombra” in cui l’uomo si trova nella conoscenza della realtà. In altre parole, nulla di ciò che conosciamo può portare a una negazione di una dimensione trascendente, ma al contempo nulla può costituire una evidenza matematica della sua esistenza. Personalmente faccio mia la riflessione del fisico britannico Paul Davies, il quale scrisse: “Noi vogliamo sapere perché le leggi della natura sono quelle che sono, in particolare perché sono così ingegnose e appropriate da permettere a materia ed energia di autoorganizzarsi nella maniera sorprendente che ho descritto, una maniera che suggerisce l’esistenza di uno scopo”. La mia professione mi porta a investigare i meccanismi che governano il funzionamento delle molecole proteiche e delle cellule, e io non cesso di stupirmi di come abbiano potuto svilupparsi dal nulla strutture tanto complesse e al contempo così armonicamente ordinate alla loro funzione. Ciò nondimeno, l’americano Steven Weinberg, premio Nobel per la fisica, scrisse: “Quanto più l’universo ci appare comprensibile, tanto più ci appare senza scopo”. Dunque, la dinamica della libertà, e non certo la conoscenza scientifica, è il fattore decisivo a questo riguardo».

“Cosa ne pensa di queste giornate celebrative di Darwin, anche laddove non c’è particolare contrasto alla sua teoria? Perché, secondo lei, non accade lo stesso per altri celebri uomini di scienza?”
«La mia risposta a questa domanda sarà in realtà brevissima, in quanto è nella sostanza già contenuta nelle riflessioni che ho prodotto nella precedente risposta. Oggi esistono infatti in Occidente (e così pure in Italia) orientamenti culturali sostenuti da circoli di scienziati e pensatori che usano della scienza come strumento ideologico per diffondere nel comune sentire una concezione atea e materialista. Ebbene, il darwinismo (o meglio l’ideologia darwiniana come ho osservato in precedenza) è una delle “teste d’ariete” di questa operazione, che fa un uso surrettizio della scienza, o meglio di un certo modo di presentarla all’opinione pubblica».


 fonte

12 dicembre 2011

La vera gioia.

Cari fratelli e sorelle!
I testi liturgici di questo periodo di Avvento ci rinnovano l’invito a vivere nell’attesa di Gesù, a non smettere di aspettare la sua venuta, così da mantenerci in un atteggiamento di apertura e di disponibilità all’incontro con Lui. La vigilanza del cuore, che il cristiano è chiamato ad esercitare sempre, nella vita di tutti i giorni, caratterizza in particolare questo tempo in cui ci prepariamo con gioia al mistero del Natale (cfr Prefazio dell’Avvento II). L’ambiente esterno propone i consueti messaggi di tipo commerciale, anche se forse in tono minore a causa della crisi economica. Il cristiano è invitato a vivere l’Avvento senza lasciarsi distrarre dalle luci, ma sapendo dare il giusto valore alle cose, per fissare lo sguardo interiore su Cristo. Se infatti perseveriamo “vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode” (ibid.), i nostri occhi saranno in grado di riconoscere in Lui la vera luce del mondo, che viene a rischiarare le nostre tenebre.
In particolare, la liturgia dell’odierna domenica, detta “Gaudéte”, ci invita alla gioia, ad una vigilanza non triste, ma lieta. “Gaudete in Domino semper” – scrive san Paolo: “Gioite sempre nel Signore” (Fil 4,4). La vera gioia non è frutto del divertirsi, inteso nel senso etimologico della parola di-vertere, cioè esulare dagli impegni della vita e dalle sue responsabilità. La vera gioia è legata a qualcosa di più profondo. Certo, nei ritmi quotidiani, spesso frenetici, è importante trovare spazi di tempo per il riposo, per la distensione, ma la gioia vera è legata al rapporto con Dio. Chi ha incontrato Cristo nella propria vita, sperimenta nel cuore una serenità e una gioia che nessuno e nessuna situazione possono togliere. Sant’Agostino lo aveva compreso molto bene; nella sua ricerca della verità, della pace, della gioia, dopo aver cercato invano in molteplici cose conclude con la celebre espressione che il cuore dell’uomo è inquieto, non trova serenità e pace finché non riposa in Dio (cfr Le Confessioni, I,1,1). La vera gioia non è un semplice stato d’animo passeggero, né qualcosa che si raggiunge con i propri sforzi, ma è un dono, nasce dall’incontro con la persona viva di Gesù, dal fargli spazio in noi, dall’accogliere lo Spirito Santo che guida la nostra vita. È l’invito che fa l’apostolo Paolo, che dice: “Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Ts 5,23). In questo tempo di Avvento rafforziamo la certezza che il Signore è venuto in mezzo a noi e continuamente rinnova la sua presenza di consolazione, di amore e di gioia. Abbiamo fiducia in Lui; come ancora afferma sant’Agostino, alla luce della sua esperienza: il Signore è più vicino a noi di quanto noi lo siamo a noi stessi - “interior intimo meo et superior summo meo” (Le Confessioni, III,6,11).
Affidiamo il nostro cammino alla Vergine Immacolata, il cui spirito ha esultato in Dio Salvatore. Sia Lei a guidare i nostri cuori nell’attesa gioiosa della venuta di Gesù, un’attesa ricca di preghiera e di opere buone.


Benedetto XVI, 11 dicembre 2011


07 dicembre 2011

No with my money!

Vi ricordate le polemiche spagnole (e non solo) per i costi e le spese che lo Stato spagnolo avrebbe dovuto subire a causa della Giornata mondiale della gioventù? Pare che in realtà la Spagna non abbia molto sofferto economicamente per aver ospitato l’evento, anzi.

Uno studio realizzato da PriceWaterhouseCoopers (PwC) ha indicato che la Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid in agosto, in Spagna, ha significato un'entrata di 476 milioni di dollari, di cui 37 milioni sono stati incassati dallo Stato in ragione dell’Imposta sul valore aggiunto (Iva). Secondo lo studio, presentato il 30 novembre, il 90 per cento dei 476 milioni sono rimasti a Madrid, e gli altri si sono divisi fra le città che parteciparono agli eventi preparati nelle diocesi come preparazione alla Giornata. I settori che hanno guadagnato di più sono stati quello alberghiero, del piccolo commercio e del trasporto terrestre. La Giornata Mondiale della Gioventù ha permesso la creazione di 4589 impieghi, 2984 di essi a Madrid.

PwC ha basato i suoi calcoli sulla spesa diretta realizzata dall’organizzazione della Giornata mondiale della gioventù e dalle cifre provenienti dalla contabilità autonoma e nazionale grazie all’Istituto nazionale di Statistica. Lo studio afferma che la Giornata avrà un effetto positivo a breve e lungo termine in Spagna, perché il 78.2 per cento degli stranieri non aveva mai visitato la Spagna, e l’89.6 per cento ha detto di voler tornare in futuro.

Inoltre il rapporto indica che le amministrazioni pubbliche sono rimaste soddisfatte per il risultato di questo evento e per “la capacità organizzativa del Paese per la sicurezza, l’attenzione sanitaria, la logistica, i trasporti; per la collaborazione fra le differenti amministrazioni pubbliche e nel settore privato; e per la nostra proiezione internazionale”. Secondo gli organizzatori della Giornata, dal 16 al 21 agosto parteciparono agli eventi fino a un milione e mezzo di persone; di essi circa 470mila erano stranieri. Erano presenti 840 fra vescovi e cardinali, e si sono accreditati 4935 giornalisti.

Fonte

No with my money!
Era uno dei principali slogan di chi ha contestato la GmG.
Tranquilli.
Non ne abbiamo avuto bisogno.
E lo si sapeva da tempo, in pratica dall'inizio.


Ma ho aspettato dei dati ufficiali e superpartes(in realtà anche le stime che potevano essere più di parte non erano così sorprendenti) per togliermi questo sassolino dalla scarpa.

E i 5.000 liberi pensatori scesi in piazza ad urlare
"no with my money ?"




Un po' coglionati lo sono stati. O nati coglioni.

06 dicembre 2011

Togliete alle donne ogni dignità e saranno docili. Se necessario, uccidetele.

«Una donna deve accettare la propria condizione, altrimenti è una donnaccia». Jasvinder ha 15 anni quando sua mamma le mostra la foto di un uomo che non conosce ma che dovrà sposare perché non ha scelta, perché la sua famiglia ha deciso così.
Lei fugge di casa per scampare al suo destino: non vuole abbandonare il Regno Unito, dove è nata, e non vuole cominciare una vita in India. Quando si decide a fare una telefonata per sentire la voce dei suoi, per lei non c’è nessuna clemenza: «Ci hai disonorato, per noi è come se fossi morta».
Jasvinder non è morta ed è oggi la fondatrice dell’associazione Karma Nirvana. Difende le vittime di «crimini d’onore»: ragazzine promesse in spose a uomini che non hanno mai visto, anche a nove anni o poco più. Rinchiuse in casa, da mattina a sera, se si rifiutano di accettare il matrimonio combinato. Minacciate, sequestrate, malmenate, sfregiate con l’acido, mutilate o uccise. A volte solo per aver indossato un paio di jeans, per un filo di rimmel di troppo, per un ombelico scoperto e più spesso per aver detto di no a un marito imposto dalla famiglia. Eppure questo non è il Pakistan, qui non siamo in Iran né nella Sicilia del secolo scorso.
Questa è l’avanzata, multietnica e tollerante Gran Bretagna. Ed è per questo che i numeri forniti dall’Organizzazione per i diritti delle donne iraniane e curde (Ikwro) fanno ancora più impressione: i crimini d’onore sono in rapido aumento, addirittura cresciuti del 47% in un solo anno, tra il 2009 e il 2010 in molte aree del Paese. Almeno 2.823 «incidenti» nel 2010, registrati nelle 39 stazioni di polizia che hanno partecipato alla statistica e che sommati ai 500 in cui sono intervenuti agenti di altre aree porta a oltre 3.300 il totale. A Londra sono passati da 235 a 495, a Manchester da 105 a 189. Dati agghiaccianti frutto anche del coraggio di molte ragazzine che hanno cominciato a rompere il muro e denunciare di più. Ma Jasvinder Sanghera, oggi felicemente sposata con un uomo che si è scelta da sola e madre di tre figlie, è convinta che le cifre reali, quelle che includono le denunce mai arrivate per paura di ritorsioni, potrebbero essere quattro volte più alte.
«Tradizione», «onore»: sono queste le parole che rimbombano nelle vite di migliaia di giovani donne britanniche di origini turche, curde, iraniane o pakistane. Parole che spesso si trasformano in prigione, percosse, violenza estrema. Banaz Mahmod è la Hina d’Inghilterra. Come la giovane di origini pakistane uccisa nel Bresciano per il suo stile di vita troppo «occidentale», Banaz è stata malmenata, violentata e strangolata nel 2006 - aveva appena 20 anni - da due cugini per ordine del padre e dello zio che non approvavano il suo fidanzamento d’amore e volevano che la ragazza rispettasse l’accordo siglato per lei dalla famiglia da quando aveva sedici anni: un matrimonio combinato e il ruolo di moglie e madre sottomessa.
Il supposto «onore» di alcune famiglie vale più della vita. Ma se è vero che i crimini di questo genere sono frutto della «tradizione» più che della religione, è anche vero che la crescita dell’estremismo in Gran Bretagna ha alimentato un fenomeno capace di raggiungere lo scopo dei fondamentalisti: relegare le donne all’unico ruolo di mogli accondiscendenti e silenti. Non è un caso che, oltre a indù e sikh, gli aguzzini peggiori siano soprattutto islamici, spesso iraniani, la seconda comunità più numerosa del Regno Unito dopo gli indiani. Il dilagare della sharia fai-da-te a Londra e dintorni sembra aver creato un humus ideale per questi delitti.
La scorsa estate decine di sobborghi della capitale sono stati riempiti di volantini che più espliciti non si può: «State entrando in una zona sotto il controllo della sharia». Poi tanto di simboli ben evidenti sulle «regole islamiche imposte»: niente alcol, niente fumo o droga, niente musica o concerti, niente scommesse, niente pornografia o prostituzione.
L’estremista Anjem Choudary, predicatore d’odio nella tollerante Gran Bretagna, ha rivendicato la campagna, annunciando che è solo il primo passo per la «creazione di un Emirato islamico». Prima che diventasse uno strenuo difensore della legge islamica, pare che Choudary fumasse regolarmente cannabis e abbia provato l’Lsd, oltre che aver sperimentato relazioni fugaci con molte donne. Ma le sue parole bastano a condannare le giovani donne islamiche d’Inghilterra a un destino peggiore di un burka.

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Ritengo che 3300 vittime dei delitti d'onore siano troppe.
Ritengo che 3300 vittime dei delitti d'onore in Inghilterra siano un fallimento culturale.

Ritengo che un incremento annuo del 47% sia sintomatico di una società con dei problemi.
Ritengo che un incremento annuo del 47% in Inghilterra sia sintomatico di una società che ha fallito.

05 dicembre 2011

79% delle prostitute ha meno di 18 anni. Però a Kinshasa. Per cui non mi interessa.

Nadesh ha 14 anni, non è mai stata a scuola e da quando sua madre l’ha abbandonata, due anni fa, vende il suo corpo. Madho, 16 anni, è incinta, è stata costretta a prostituirsi dopo che i suoi genitori hanno divorziato; per cinque volte è stata violentata dalle bande di ragazzi che pretendono di avere il controllo dei quartieri più derelitti. Siamo a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, dove circa 13.600 bambini sono costretti a vivere per strada e a guadagnarsi da vivere con ogni mezzo. Il 26% è formato da ragazzine che si vendono per un dollaro o due, un po’ di più se gli uomini non usano il preservativo. A Tshangu, uno dei quartieri più degradati della città, il 79% delle prostitute ha meno di 18 anni, il 6% è sotto i 12. Sono ragazzine per lo più analfabete, la maggior parte è stata stuprata da soldati o da poliziotti, è rimasta incinta ed ha abortito illegalmente.

Il britannico Times ci ha raccontato le loro storie attraverso gli occhi di una piccola Ong War Child che ogni notte gira per le strade con un’autoambulanza per aiutare queste povere giovani. C’è chi viene solo per avere preservativi, chi cerca consiglio o medicine. A tutte le volontarie consigliano di andare nel loro centro di accoglienza dove potranno avere vestiti, un pasto caldo e un tetto sulla testa. “La strada è una giungla – dice al Times Patricia Ngay che dirige il rifugio -, c’è molta violenza, quando le ragazze arrivano qui spesso sono aggressive, ce l’hanno con il mondo e non sopportano le regole che ci sono qui. Poi si ammorbidiscono”. Al centro lavorano tre infermiere e sei tra operatori sociali ed insegnanti. Vengono impartite lezioni basilari di lettura e scrittura. Le volontarie cercano anche di ricongiungere le ragazze con la famiglia. Alcune volte ci riescono. Il rifugio ha aperto un anno fa e da allora sono state accolte 163 ragazze di cui 25 sono tornate a vivere con i genitori. Sono numeri piccoli ma di cui l’organizzazione, che opera anche in Afhanistan, Iraq e Uganda, va fiera. Ne è un esempio Landu, 32 anni, che ha potuto riabbracciare la sua bambina di soli dieci anni, scappata di casa perché la mamma era così povera da dover dormire in una chiesa. War Child ha curato la piccola che era stata investita da una macchina e ha aiutato la madre a trovare un lavoro. Ora vivono in affitto in una capanna. La Repubblica Democratica del Congo è stata lacerata da anni di guerra. Si calcola che dal 2003 al 2010 cinque milioni di persone siano morte di cui la metà bambini. E ancora oggi il clima è teso ed instabile. E’ bello pensare che piccole organizzazioni come War Child riescano a donare un granello di speranza ai bambini di Kinshasa.

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A volte mi sembra davvero che ci siano persone scollegate dal mondo.
O che ci siano persone, e forse, anzi, no, sicuramente, è peggio, che si riempiono la bocca di parole importanti, di concetti importanti, di contenuti importanti senza aver compreso, per limiti loro o per volontaria castrazione intellettuale, l'importanza e la grandezza di ciò che stanno dicendo.

Mi va bene che si parli dei preti pedofili. Sono uno scandalo e una vergogna anche per la Chiesa e per ogni cattolico. Ma non si può ridurre la pedofilia, e di conseguenza le occasioni di affrontare questo problema, solo a questi episodi, peraltro marginali.

Mi va benissimo che si parli del giornalista di libero che ha scritto un articolo talmente insulso che è sufficiente il bagaglio culturale di un preadolescente per confutarlo senza timori di sorta e che si prenda spunto da quello per rivendicare ancora una volta i pari diritti delle donne. Ma non si può ridurre a questo inutile episodio (sinceramente, che conseguenze avrà mai questo articolo? Peso culturale zero.) un discorso talmente vasto e ampio e pieno di dolore come la violazione della dignità delle donne.

Mi viene davvero da pensare che chi si straccia le vesti per queste due cose (oddio, questo discorso vale per il secondo caso, per il primo che è davvero grave non nelle dimensioni ma nella sostanza, e' giusto farlo se non ci si dimentica del resto) in realtà se le stia stracciando per la Chiesa o per libero e che dei veri problemi di questi due episodi, non certo del mondo (anche se forse le due cose coincidono), cioè della pedofilia e della dignità offesa delle donne forse non gli interessi poi così tanto. Anzi nulla.
Perché se fosse avrei letto almeno una volta, per sfuggita, una accesa protesta nei confronti del turismo sessuale.
Perché se fosse avrei letto una ferma condanna della Shari'a e una viva preoccupazione per la situazione delle donne, chessò in Libia, dopo che uno dei primi provvedimenti è stata l'abolizione del divorzio. (Con Gheddafi una donna poteva chiedere ed ottenere il divorzio. Un mese dopo la sua caduta, come se fosse una delle urgenze della Libia, questo diritto è stato tolto. Le femministe di casa nostra si sono sentite? O devo pensare che, poverine, non hanno letto la notizia? Devo pensare che oltre a smettere di fare figli hanno smesso anche di leggere?)
Perchè se fosse avrei letto almeno un commento e una condanna agli episodi raccontati in questo articolo(apparso su corriere.it, mica i siti sfigati che leggo io, magari un po' da paolotti).

Posso anche pensare che di tutte queste cose ne parlano in pochi perché in pochi lo sanno, ci sono poche notizie.
Nell'era di Internet.
Ahahahahahahahhahahaha.

No, c'é poco da ridere, sono serio.

Forse lo sanno in pochi nell'epoca di internet. Davvero. 

Perché se è vero che le notizie sono accessibili ovunque e sempre, e che le informazioni girano con facilità disarmante, è anche vero che la quantità di dati e di notizie è impressionante e leggerle tutte è veramente impossibile.
È possibile, come sempre pero', andarsele a cercare o filtrare questa mole di dati per selezionare solo quelli che più ci interessano.
Il passaggio necessario e successivo è allora che, se una persona non legge questi fatti è perché non se ne interessa, non va a cercarseli, non vive come un vero problema quello della dignità della donna o della pedofilia.

Salvo poi ricordarsene quando questi argomenti si incrociano con quello che veramente lo preoccupano, come per esempio l'ignoranza dei giornalisti di libero.
E allora tac, si issano le bandiere per la difesa della donna e si parte per la crociata di un giorno.
Poi si ammaina la bandiera e la si ripone nel cassetto, pronta ad essere tirata fuori alla prossima occasione, quando serve.


Strumenti, non fini.
È questo che mi disgusta.

04 dicembre 2011

Così funziona il mondo.

Un uomo da da mangiare al suo pitone un gattino.
La fine del mondo.

Perché?

Su youtube ci sono centinaia di video che mostrano i più svariati animali vivi mangiare i più svariati animali vivi.
Centopiedi che mangiano topi.
Pesci che mangiano centopiedi.
Pesci che mangiano pesci.
Gatti che mangiano pesci.
Serpenti che mangiano conigli.
Gatti che mangiano uccellini.
Serpenti che mangiano topi.
Ragni che mangiano topi.
Io stesso al mio piccolissimo centopiedi(Lithobius sp.) do i ragnetti che trovo, vivi.
Mi pare la cosa più naturale al mondo.
Un carnivoro che mangia. Che fa quello per cui è stato perfezionato da millenni di evoluzione. Uccidere. 
E di certo è più naturale così che non uccidere animali vari, triturarne le carcasse, impastarle con cereali e quant'altro, fare seccare queste specie di impasto di cadaveri e poi darli al nostro gattino.

Gatto che ricordiamo essere un felide, la famiglia che tra i mammiferi, ahimé pur da amante dei cani lo devo riconoscere, è la più efficiente nella caccia(e quindi nell'uccidere).
Se un gatto è quello che è, sinuoso, agile, silenzioso, sveglio etc..., lo è per il semplice fatto che così uccide meglio, di più e con maggior efficienza.
Ah, più ancora dell'uomo, i gatti sono STRETTAMENTE carnivori.
Senza carne muoiono.
Gli animali non sono peluches.
Sono animali.



IAMS. with succulent roast Chicken